Ci sono libri che raccontano una storia e libri che ci chiedono di entrarci dentro. Poesie per Giulia di Arianna Lovera appartiene alla seconda categoria. Non si limita a parlare del dolore, della malattia mentale, dell’amore tra due sorelle e della perdita: costringe il lettore ad attraversarli. A percorrere sentieri dei quali non conosce la destinazione, a sostare nelle stanze, ad accettare silenzi che non possono essere riempiti e domande per le quali, forse, una risposta non esiste.
Pubblicato da Eretica Edizioni nel 2024, Poesie per Giulia è un libro profondamente personale, dedicato dall’autrice alla sorella Giulia. Ma ridurre questa raccolta alla definizione di libro autobiografico sarebbe limitante. Perché dalla vicenda privata di due sorelle nasce qualcosa di più ampio: una riflessione sulla fragilità, sull’impossibilità di salvare sempre chi amiamo, sulla malattia mentale osservata non dall’esterno ma dal punto di vista di chi le vive accanto.
Arianna Lovera possiede una formazione che unisce filosofia e sociologia e ha svolto attività di ricerca in Italia e all’estero; oggi lavora nel campo della finanza sostenibile. Ma il rapporto tra scrittura poetica e sofferenza psichica non compare improvvisamente con questo libro. Già nel 2020 il suo nome figurava in un incontro intitolato Tra corpo politico e parola poetica, nel quale una lettura delle sue poesie si affiancava alla testimonianza diretta dell’esperienza psichiatrica e dell’udire voci. È un elemento che aiuta a comprendere quanto Poesie per Giulia non nasca dalla volontà di costruire letterariamente il dolore, ma da un confronto lungo, personale e inevitabile con esso.
Due sorelle, prima del buio
All’inizio, o forse prima dell’inizio, ci sono due bambine.
È una delle presenze più struggenti della raccolta: il passato riaffiora per brevi lampi, senza diventare mai una consolazione completa. Ci sono i giochi, i disegni, le lunghe trecce, la casa, il calore di una famiglia quando il freddo non era ancora arrivato. Frammenti apparentemente minimi che acquistano una forza enorme proprio perché sappiamo ciò che verrà dopo.
La memoria non ricostruisce una biografia ordinata. Funziona piuttosto come accade realmente quando perdiamo qualcuno: restituisce dettagli. Un gesto. Un oggetto. Una stanza. Un particolare del corpo. Una scena che credevamo dimenticata e che improvvisamente ritorna nitidissima mentre interi periodi della vita sembrano essersi dissolti.
“E io dov’ero? Non so, non ricordo.”
È una domanda apparentemente semplice, ma terribile.
Dove eravamo mentre accadeva qualcosa alla persona che amavamo? Che cosa stavamo facendo? Avremmo potuto capire? Avremmo potuto vedere prima? Avremmo potuto impedire ciò che sarebbe successo?
Sono domande tipiche del lutto, ma anche dell’esperienza di chi per anni vive accanto a una persona affetta da una grave sofferenza psichica. Domande che rischiano di trasformarsi in un processo permanente contro se stessi.
Eppure Poesie per Giulia non sembra cercare un colpevole. Cerca, piuttosto, di dare una forma a ciò che forma non ha.
Entrare nella malattia senza poterla spiegare
Uno degli aspetti più riusciti della raccolta è proprio questo: Arianna Lovera non pretende di spiegarci la malattia mentale.
Ce la fa attraversare.
Ed è una differenza fondamentale.
Il lettore non riceve una diagnosi da analizzare, né una ricostruzione clinica. Non osserva Giulia dall’esterno attraverso la distanza rassicurante delle definizioni. Al contrario, viene progressivamente privato delle proprie certezze.
Camminiamo.
Immaginiamo.
Aspettiamo.
Restiamo in silenzio.
Sentiamo la paura.
Ci arrabbiamo.
Ci domandiamo se la lotta serva davvero a qualcosa.
Vorremmo trovare una soluzione e scopriamo che, certe volte, una soluzione immediata non esiste.
È forse qui che il libro riesce a parlare della malattia mentale anche a chi non l’ha mai incontrata da vicino. Non chiedendogli di comprenderne teoricamente i meccanismi, ma facendogli percepire lo spaesamento.
La sofferenza psichica grave può modificare il rapporto con il mondo, con le persone, con il corpo, con il tempo. Ma modifica inevitabilmente anche la vita di chi ama la persona che soffre. Le famiglie imparano un lessico che non avrebbero mai voluto conoscere: medici, farmaci, ricoveri, crisi, attese, speranze, ricadute. Imparano soprattutto una delle lezioni più crudeli dell’amore: voler bene a qualcuno non significa necessariamente poterlo salvare.
È un concetto difficilissimo da accettare.
Siamo abituati a pensare l’amore come forza capace di vincere. Ami abbastanza, insisti abbastanza, resti abbastanza vicino e prima o poi qualcosa cambierà.
Ma non sempre accade.
E Poesie per Giulia trova il coraggio di abitare anche questo territorio.
Parole che incespicano
Non è casuale che tra i testi della raccolta compaia un titolo come Parole incespicanti.
Incespicare significa perdere per un istante l’equilibrio mentre si cammina. Ed è precisamente ciò che sembra accadere alla lingua di Lovera.
La poesia non procede sempre composta, levigata, rassicurante. A tratti la frase si spezza, il pensiero cambia direzione, le immagini si sovrappongono. Il registro alto può improvvisamente precipitare nella materia più comune.
Ed ecco comparire la carta, i libri, le braccia, le gambe, i bracciali, le orecchie, la pancia.
L’asciugamano.
Le medicine.
Il cuscino.
Il materasso.
I tubi.
Le panchine.
Le pastiglie.
La pelle.
Il cuore e i polmoni.
Poi le rughe, le occhiaie, l’asfalto.
Il sangue.
Le urla.
Le lacrime.
È un inventario del corpo e delle cose, quasi una poesia anatomica dell’esistenza quotidiana.
Gli oggetti smettono di essere semplicemente oggetti perché assorbono ciò che è accaduto intorno a loro. Un cuscino non è più soltanto un cuscino. Una pastiglia non è soltanto una pastiglia. Un materasso, una finestra, una porta, una panchina diventano coordinate di un’esperienza.
La malattia entra nelle cose.
Ed entrando nelle cose entra nella casa, nella famiglia, nei ricordi.
Questa concretezza impedisce alla raccolta di cadere in una rappresentazione astratta o sentimentalistica del dolore. Qui il dolore possiede un corpo.
Ha gambe.
Ha pelle.
Ha occhiaie.
Occupa un letto.
Ingoia medicine.
Si siede su una panchina.
Urla.
E qualche volta non dice nulla.
Il silenzio e il niente

Forse una delle sensazioni più inquietanti che attraversano Poesie per Giulia è proprio il niente.
Non il nulla filosofico, ma un niente quotidiano e terribilmente concreto.
Quello che si crea quando le parole non arrivano più.
Quando una porta rimane chiusa.
Quando tra due persone che si amano sembra essersi formato uno spazio impossibile da attraversare.
La malattia mentale viene spesso raccontata attraverso i suoi momenti più visibili: la crisi, il comportamento incomprensibile, il ricovero, il gesto drammatico. Ma esiste anche una dimensione molto meno spettacolare e forse ancora più difficile da raccontare: l’isolamento.
Il progressivo ritirarsi dal mondo.
La solitudine.
L’indifferenza apparente.
L’incapacità di raggiungere l’altro nonostante sia fisicamente a pochi metri da noi.
Ed è proprio qui che la poesia possiede uno strumento che la spiegazione razionale non sempre ha. Può lasciare uno spazio vuoto senza essere obbligata a riempirlo.
Può tacere.
Può interrompersi.
Può dire “niente” e lasciare che quel niente pesi sulla pagina.
Lovera non traduce sempre Giulia per noi. E forse è giusto così.
Perché comprendere la sofferenza mentale non significa necessariamente riuscire a decifrarla completamente. Significa anche riconoscere che nell’esperienza dell’altro rimarrà sempre una parte alla quale non possiamo accedere.
La rabbia: amare qualcuno e non riuscire a raggiungerlo
Poi arriva la rabbia.
Parole di rabbia è già, nel titolo, una dichiarazione.
La rabbia viene talvolta espulsa dal racconto della malattia perché considerata un sentimento poco nobile. Di fronte a una persona che soffre sembrerebbe consentito soltanto provare pietà, comprensione, compassione.
Ma chi vive per anni accanto alla sofferenza conosce una realtà più complessa.
Si può amare immensamente qualcuno ed essere arrabbiati con lui.
Si può comprendere che certi comportamenti appartengano alla malattia e, nello stesso momento, sentirsi feriti.
Si può essere stanchi.
Si può desiderare di fuggire.
Si può pensare per un attimo a se stessi.
E poi sentirsi in colpa per averlo pensato.
La grande forza del libro sta anche nel non trasformare il legame tra sorelle in un sentimento idealizzato. L’amore qui è carnale, imperfetto, arrabbiato. È un amore sottoposto alla pressione della paura e dell’impotenza.
Proprio per questo appare autentico.
La rabbia non cancella l’amore. Ne rivela, semmai, la disperata presenza.
Ci si arrabbia perché l’altro conta.
Perché vorremmo trattenerlo.
Perché vorremmo scuoterlo, raggiungerlo, riportarlo indietro.
Perché continuiamo a credere che da qualche parte esista ancora un sentiero capace di ricondurci alla bambina con le trecce.
Possiamo davvero “uscirne indenni”?
Un altro titolo, Uscirne indenni, pone una domanda che sembra attraversare l’intera raccolta.
Si può attraversare tutto questo e uscirne indenni?
Probabilmente no.
Ed è forse proprio questo uno dei messaggi più profondi del libro.
Esistono esperienze dalle quali non si esce uguali a prima.
Non significa che dopo non esista più la vita. Significa che la vita successiva contiene ciò che è accaduto.
La sofferenza di una persona lascia tracce sulle persone che le stanno intorno. Cambia il modo di ricordare, di avere paura, persino di amare.
Quando poi il percorso conduce alla morte, alla domanda “potevamo fare qualcosa?” rischia di aggiungersi una seconda condanna: “perché non abbiamo fatto abbastanza?”.
Ma la storia di una singola persona non deve diventare una rappresentazione generale della malattia mentale. Non tutte le persone che affrontano disturbi psichici gravi percorrono lo stesso cammino e una diagnosi non contiene già scritto un destino.
Questo è importante proprio per rispettare Giulia.
La sua storia è la sua storia.
E Arianna non sembra trasformarla in una teoria universale. Le restituisce invece unicità: una sorella, una donna, un corpo, una stanza, una bambina che è stata felice, una persona che ha sofferto, qualcuno che ha lasciato dietro di sé un’assenza impossibile da misurare.
Le lacrime che finalmente arrivano
Per molte pagine sembra quasi che il dolore non riesca a trovare uno sfogo sufficiente.
Ci sono paura, incomprensione, silenzio, rabbia.
Poi arrivano le lacrime.
E quelle lacrime assumono un valore particolare perché non risolvono nulla, ma finalmente permettono al dolore di muoversi.
Piangere non restituisce ciò che abbiamo perso.
Non cambia il passato.
Non risponde alle domande.
Ma rompe l’immobilità.
È forse il primo gesto attraverso il quale il dolore smette lentamente di essere soltanto qualcosa che ci schiaccia e diventa qualcosa che possiamo portare.
Non superare.
Portare.
La distinzione è importante.
Ci sono lutti che non si “superano” nel senso comune del termine. Si trasformano. Entrano a far parte della nostra identità. Impariamo lentamente a vivere senza la presenza fisica della persona perduta, ma continuiamo a vivere con ciò che quella persona ha lasciato.
Ed è precisamente ciò che accade nelle ultime poesie.
Dopo l’epilogo, Giulia rimane
La scelta forse più significativa di Poesie per Giulia è che il libro non finisca con la morte.
La morte costituisce un epilogo nella cronologia degli eventi, ma non nella relazione.
Giulia continua.
Continua nei ricordi.
Negli oggetti.
Nelle parole.
Nella sorella che scrive.
Continua persino nello spazio della casa.
Ed è qui che compare una delle immagini simbolicamente più belle dell’intero percorso: la porta della sua camera.
Prima chiusa.
Poi aperta.
Per gran parte del libro abbiamo l’impressione di trovarci davanti a porte che non riusciamo ad attraversare. La malattia stessa è una porta chiusa: sappiamo che la persona amata si trova dall’altra parte, ma non sappiamo sempre come raggiungerla.
E poi, quando Giulia non c’è più, quella porta rimane aperta.
È un paradosso dolorosissimo.
La porta si apre proprio quando non è più possibile entrare per trovare Giulia come prima.
Eppure attraverso quell’apertura può accadere qualcosa.
Può entrare la luce.
La finestra non è più coperta.
Un raggio di sole attraversa uno spazio che per tanto tempo era stato associato al buio.
Non si tratta di un lieto fine. Definirlo così tradirebbe l’intero libro.
La nostalgia rimane.
Il vuoto rimane.
Le domande rimangono.
Ma cambia il rapporto con quel vuoto.
Dal buio alla luce, senza dimenticare il buio
È qui che Poesie per Giulia trova forse la sua immagine definitiva.
Una porta aperta.
Una finestra finalmente attraversata dal sole.
Dopo le medicine, i tubi, le pastiglie, il sangue, l’asfalto, le urla e le lacrime, la luce.
Non una luce che cancella ciò che è accaduto, ma una luce che riesce finalmente a conviverci.
Forse è questa la sola forma di speranza possibile dopo certe perdite: non tornare alla vita che esisteva prima, perché quella vita non esiste più, ma scoprire che ne può esistere un’altra.
Diversa.
Ferita.
E tuttavia ancora capace di essere illuminata.
E allora anche l’angelo che non ha potuto attutire l’impatto di Giulia, forse l’ha portata oltre. In un oltre ove chi ha combattuto tanto, non abbia più a combattere, ove abbia potuto finalmente deporre il peso, ove non abbia più paura.
Forse quell’angelo c’era davvero.
Forse è arrivato alla fine.
Forse, più semplicemente, è il nome che diamo alla speranza quando non possediamo altre parole.
Una poesia che non vuole guarire, ma testimoniare

Poesie per Giulia non guarisce la malattia mentale.
Non risolve il mistero della sofferenza.
Non restituisce una sorella alla sorella.
E non offre al lettore quella facile consolazione secondo cui ogni dolore nasconderebbe necessariamente un insegnamento.
Fa qualcosa di più sincero.
Testimonia.
Dice: questo è accaduto.
Questa persona è esistita.
È stata bambina.
Ha avuto lunghe trecce.
Ha giocato.
Ha disegnato.
È stata amata.
Ha sofferto.
Ha fatto soffrire, perché anche questo può accadere quando si sta male.
Qualcuno ha provato disperatamente a raggiungerla.
Qualcuno si è sentito impotente.
Qualcuno ha avuto paura, rabbia, speranza.
Qualcuno è rimasto ferito.
E quel qualcuno, dopo, ha cercato le parole.
Forse proprio le parole incespicanti erano le uniche possibili.
Perché davanti a certe esperienze una lingua troppo perfetta sarebbe falsa.
La poesia di Arianna Lovera convince quando accetta di sporcarsi con la materia, di mescolare corpo e memoria, oggetti e pensieri, quotidianità e abisso. Quando non teme di diventare sconnessa perché sconnessa può essere la realtà che sta raccontando.
E alla fine comprendiamo che questo non è soltanto un libro scritto per Giulia.
È anche un modo di continuare a parlare con lei.
E, nello stesso momento, di aprire la porta agli altri.
A noi lettori.
Entriamo in quella stanza senza avere conosciuto Giulia. Ne percorriamo il buio, percepiamo il freddo, tocchiamo idealmente gli oggetti, ascoltiamo il silenzio. Non comprenderemo mai tutto — e probabilmente non dobbiamo farlo.
Ma quando usciamo la porta rimane aperta.
Dalla finestra entra il sole.
Giulia non c’è più eppure qualcosa di lei continua a esserci.
Forse è proprio questo che può fare la poesia davanti alla morte: non riportare indietro chi abbiamo perduto, ma impedire che la sua esistenza venga inghiottita dal niente.
Darle ancora una voce.
Un luogo.
Una luce.
E permettere a chi resta di ricominciare, un giorno, a camminare.
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