Ugo Dossena e “Nato tarato”: la poesia fragile e luminosa

Il libro che mi è tornato tra le mani

Oggi mi sono ritrovata tra le mani un libro: Nato tarato di Ugo Dossena. Una piccola raccolta di poesie con tanto di dedica in un lontano giugno del 2005: le pagine ingiallite hanno custodito nel silenzio questi vent’anni come in una teca segreta.

È bastato aprirle per essere travolta da un’ondata di nostalgia, come quando un profumo ti riporta indietro nel tempo, a un luogo, a una voce, a un volto. E così, con la stessa immediatezza di un sogno vivido, mi sono ritrovata a Crema, in quella piccola città di provincia che allora era la mia quotidianità, con i suoi ritmi lenti, le sue piazze raccolte, la sua vita che scorreva senza fretta apparente, ma che per noi giovani di allora sapeva essere un universo intero.

Il bar “Barcellona”: un crocevia di vite

Il ricordo più vivido mi riporta lì: al Bar “Barcellona”, nel cuore del centro di Crema. Non esiste più oggi, eppure per me rimane come un luogo mitico, un piccolo teatro dell’anima. Era un locale elegante, raffinato, all’avanguardia per quei tempi. Lo gestiva Marco Pistone, barman celebre, premiato in Italia e all’estero per la sua maestria.

Non era un bar qualsiasi, non solo un posto per bere: lì ci si ritrovava dopo il lavoro, si socializzava, si assaporavano cocktail creativi o calici di vino accompagnati da stuzzichini ricercati. Ma soprattutto, quel luogo era un crocevia di esperienze culturali: mostre improvvisate, serate di lettura, discussioni che intrecciavano politica, arte e poesia.

E tu, Ugo, apparivi spesso in quel contesto. Entravi senza rumore, con passo un po’ esitante, trasandato ma autentico, assorto nei tuoi pensieri. Ci scrutavi con quegli occhi appannati e profondi, e mentre noi ci lasciavamo distrarre da chiacchiere leggere, tu tiravi fuori un piccolo block notes a quadretti e, senza che nessuno te lo chiedesse, iniziavi a scrivere.

L’inquietudine di un poeta in un bar di provincia

Dedica libro

Ricordo ancora la scena: noi ridevamo, brindavamo, parlavamo di cose leggere, frivolezze da fine giornata. E tu, quasi in disparte, ma non estraneo, buttavi giù due righe. Un pensiero che sorprendeva, una frase che si infilava come un chiodo nel silenzio interiore di chi ti leggeva.

Sembravi fuori dal mondo, eppure eri più dentro di noi di quanto fossimo capaci di ammettere. Perché noi, convinti di essere vivi, attivi, brillanti, eravamo ciechi davanti alla tua profondità. Eravamo noi i veri “tarati”: incapaci di vedere che dietro i tuoi gesti incerti si celava una mente che osservava tutto, che trasformava in poesia persino i nostri sguardi distratti.

L’introduzione al tuo libro

Nella prefazione al tuo libro, scritta da Alberto Mori, le tue caratteristiche erano descritte con una sensibilità rara. E ogni parola sembra restituire l’immagine che io stessa ricordo di te:

“Siede al bar.
Gli avventori ricambiano la sua gentilezza spontanea, con calda reciprocità attenta.
Visiona le parole altrui per i suoi inneschi poetici trasformati in funambolie gergali improvvisate, oppure semplicemente chiosa, e torna silenzioso…
Ugo è un cuore pensante.”

Un cuore pensante. Ecco ciò che eri, e ciò che rimani attraverso i tuoi versi.

La voce della poesia: “Licenza di assenza”

La tua raccolta Nato tarato si apre con “Licenza di assenza”. Una poesia che, già dal titolo, svela la tua postura esistenziale: uno stare e un non-stare, un esserci a metà tra realtà e sogno.

LICENZA DI ASSENZA

In quanto cielo mi estasio e celebro rivoli di follia
Favola malata di nonnulla
volteggio itinerante
infranto su di uno specchio
troppo reale per bloccare il tempo
Scempio di sogni acrobatici
vestiti di pelle

“Nato tarato”di Ugo Dossena: ironia e verità

Poi c’è la poesia che dà titolo al libro, quella che meglio ti rappresenta:

NATO TARATO

Un giorno mi son chiesto
Ma che male è codesto?
È un malanno un po’ marrano che mi prende per la mano
Sono birichino
con il cervello d’Arlecchino
Con il fatto che sono matto
Il mio cuore è tumefatto
Sono nato tarato però per questo non sono svitato

Leggerla oggi è come sentirti parlare: autoironia e dolore mescolati, il bisogno di dichiarare la propria diversità e insieme di rivendicarla come forza. In quei versi c’è tutta la tua inquietudine e tutta la tua resilienza.

Attimi di felicità: “Amico di un attimo”

Eppure non eri solo tormento. In “Amico di un attimo” riesci a toccare la gioia, una gioia improvvisa e fragilissima:

AMICO DI UN ATTIMO

Ho spento lo sguardo ma sono felice
La rosa appassita ha ancora la vita lo canto perché la gioia mi ha preso per mano
La cera s’è sciolta, chi ha acceso la luce?
Forse tu amico di un attimo mi hai dato speranza lo canto perché non sono più triste
Il profumo d’amore ha invaso il mio cuore
Non voglio fuggire, non voglio impazzire
Ora sono davvero felice
Sorrido alla luna e a tutte le stelle
E canto vibrando
La voce l’affido alle strade del mondo

Perché sono felice
Amico di un attimo

Ti immagino sorridere alla luna, come scrivi nei tuoi versi, in uno di quei rari momenti in cui la vita ti concedeva tregua.

Poeta al bar

Ombre e silenzi: “Nel buio della notte”

Ma subito tornava il peso del vivere. In “Nel buio della notte” racconti la paura stessa di esistere:

NEL BUIO DELLA NOTTE

C’è anche chi sta come un angelo sospeso sopra un estatico paradiso
Nel buio della notte sospira in silenzio immemore di così tanta grazia
Solitario fiore
al pallido tepore lunare
Una sola fede

  • occhi vivi –
    di languido fervore
    Con umile perseveranza
    conosce il destino
    Ma quale viltà nel raggio di sole che colpisce, è solo viltà la paura di essere vivi
    Sospetto di un sogno nel chiarore lunare
    L’atto finale è solo cenere

Poi vita

Questa paura ti ha accompagnato, e la tua poesia è diventata lo strumento per trasformarla in bellezza.

La morte come compagna: “Morte di un amico”

La tua voce si fa più grave in “Morte di un amico”, un testo che mi commuove ogni volta:

MORTE DI UN AMICO

L’angoscia la disperazione la sfiducia
Ti hanno stroncato
Ti togliesti la vita
dopo avere invano cercato una mano amica Ieri un ramo è caduto nel cielo incupito
E ancora oggi ti penso e dico che ingiusta è la tua fine
Mio caro amico
Il tempo cancella e le stagioni sempre si avvicendano
Ma la memoria di chi è stato s’affievolisce
Eppure quando penso ai miei amici montano le onde dei vari ricordi
Il mare
cancella sulla spiaggia
le orme
Poi
si culla sotto forma di onde
La stessa aria di qualche lustro fa annega il rimorso che lui non sia più qua
Giovane cuore di marcato sparviero
Chissà dove sei nell’animo vero
Io che ne so della tua vita che mi porto addosso

Qui sei tu a ricordare, ma sei anche tu ad essere ricordato. Perché chi ti legge oggi non può non pensare che quel dolore, quell’angoscia, fossero i tuoi stessi compagni.

Crema, la provincia e i suoi silenzi

In una città come Crema, così elegante e quieta, la tua figura spiccava come una nota stonata ma necessaria. La provincia ha sempre due volti: da un lato è rifugio, dall’altro è gabbia. Forse per te fu entrambe le cose.

Ci hai donato versi che oscillano tra l’ironia e il misticismo, tra l’osservazione del quotidiano e interrogativi universali. Eppure la provincia, spesso, non sa custodire i suoi poeti. Li lascia scivolare via, invisibili.

Il rimorso e il desiderio di un incontro

Se ti incontrassi oggi, Ugo, non mi perderei nel bicchiere di vino come allora. Ti ascolterei. Ti chiederei di spiegarmi quella tua “strazionalità imperfetta fede”, ti domanderei delle tue visioni, delle tue paure.

E forse scoprirei che i veri “tarati” eravamo noi, con la nostra superficialità, con la nostra incapacità di fermarci a contemplare.

Un’eredità fragile ma luminosa

Non so cosa sia stato di te, se la vita ti abbia permesso pace o ti abbia condotto altrove. Di te resta questo libro, questo Nato tarato, con la copertina disegnata da Angelo Noce e i versi che, seppur rari e dimenticati, brillano ancora.

E io sento che custodirli e rileggerli è un atto di resistenza contro l’oblio, un modo per restituirti almeno una parte della dignità che meritavi.

Conclusione: la poesia che resta

Ugo, sei stato parte della mia cornice giovanile, e io non ti ho dato l’attenzione che meritavi. Ma oggi so che il tuo dono non è andato perso. È rimasto nelle pagine ingiallite, nella tua dedica, nella memoria di chi, pur distratto, ha avuto la fortuna di incontrarti.

Ecco perché scrivo oggi queste parole: per redimermi, per dirti che non eri tu “tarato”, ma che tarati eravamo noi, incapaci di riconoscere la bellezza nella fragilità.

La tua poesia vive ancora, e in ogni tuo verso resta accesa quella luce inquieta che ti faceva scrivere persino tra i rumori di un bar di provincia.

Crema, tra poesia e scoperta

Crema centro Duomo

Rileggere oggi i versi di Ugo Dossena significa anche tornare a respirare l’anima della sua città, Crema, con i suoi scorci, le sue piazze e la sua atmosfera sospesa tra provincia e cultura. Chi desidera scoprirla o riscoprirla può lasciarsi guidare dalle proposte e dagli itinerari disponibili su Turismo Crema.

Se anche tu vuoi dire la tua su questo tema, inviaci il tuo articolo o la tua opinione: saremo felici di leggerla e magari pubblicarla!

1 commento su “Ugo Dossena e “Nato tarato”: la poesia fragile e luminosa”

  1. Conobbi Ugo all’inizio degli anni 90. In quel periodo mi ero trasferito a Crema da Milano. Purtroppo qulla provincia chiusa e avvolta su se stessa non mi accolse e tornai a vivere nella mia città natale. Ebbi modo di frequentare Ugo e di conoscere la sua fragilità e la sua immensa umanità. L’unico ricordo piacevole di quella avventura cremasca.
    Da quanto leggo devo immaginare che Ugo non sia più tra noi, ma le sue parole magiche sono rimaste nel mio cuore.
    Alessandro

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