La donna covone di Damema Papini y Marcard è una raccolta poetica che non chiede semplicemente di essere letta: chiede di essere attraversata. Pagina dopo pagina, ci si trova dentro un’estate che è insieme tempo reale e stagione interiore, cronaca di una frattura e laboratorio di una possibile ricostruzione. È poesia diaristica, confessionale senza essere ingenuamente autobiografica, colta senza compiacersi della propria cultura, corporea fino alla rudezza e, nello stesso tempo, continuamente attraversata dal mito, dalla letteratura, dall’arte e da un immaginario quasi archetipico.
Edita da Eretica Edizioni, La donna covone raccoglie 89 componimenti e segue una scansione temporale che conduce dai primi giorni di giugno fino all’equinozio di settembre. Il calendario diventa così struttura narrativa: non una semplice successione di poesie, ma la registrazione di un movimento interiore, con avanzamenti, ricadute, accelerazioni, tregue, improvvise illuminazioni.
Il tormento c’è, ed è profondo. C’è la rassegnazione, ma mai completamente pacificata. C’è soprattutto una forma di rivalsa che non assume quasi mai il tono della vendetta: consiste piuttosto nel difficile recupero della propria capacità di scegliere, desiderare, esistere.
La donna covone: una lunga estate dentro se stessa
La chiave d’ingresso di La donna covone potrebbe trovarsi già nella dedica, rivolta «a tutte le donne / che sognano un risveglio».
“Risveglio” è però una parola che potrebbe trarre in inganno. Non siamo davanti a una rassicurante narrazione di rinascita, una di quelle traiettorie lineari in cui al dolore segue inevitabilmente la consapevolezza e alla consapevolezza la serenità.
Damema Papini y Marcard sceglie una strada assai più complessa.
La protagonista poetica di La donna covone vuole liberarsi e contemporaneamente rimpiange ciò da cui si sta liberando. Comprende la necessità della separazione ma continua a desiderare il corpo dell’uomo perduto. Cerca la solitudine e ne ha paura. Rivendica il proprio spazio, poi si domanda come riempirlo. Scopre la forza e immediatamente ne misura la fragilità.
È proprio questa contraddizione a rendere credibile la voce poetica.
In La prima volta, uno dei testi iniziali, tutto sembra condensarsi in un verso semplicissimo:
«Era la prima volta che non piangevo.»
Non servono dichiarazioni solenni. La libertà entra quasi di soppiatto, durante una mattina qualunque, dopo una colazione in terrazza e una strada percorsa ascoltando i propri passi.
È una delle caratteristiche stilistiche più riconoscibili dell’autrice: il momento esistenziale non viene separato dalla quotidianità, ma vi precipita dentro.
Il dolore non abita luoghi nobili: sta anche a un semaforo
La poesia di Damema Papini y Marcard possiede una notevole capacità di produrre cortocircuiti fra registro alto e registro quotidiano.
Non occorrono templi, rovine o tramonti per interrogarsi sul senso dell’esistenza. Può bastare rimanere imbottigliati nel traffico.
In A trentuno gradi, l’automobile diventa quasi una camera di decompressione psichica. Nel caldo, fra semafori, code e volante, emerge una delle immagini più efficaci della raccolta:
«brucia il falò delle mie delusioni»
È un procedimento che ricorre frequentemente in La donna covone. L’oggetto concreto si carica di funzione simbolica senza cessare di essere oggetto.
Una lavatrice può trasformarsi in galassia. Una strada diventa ipotesi di destino. La cucina può farsi grembo, prigione, memoria, luogo sacrificale o rifugio. Il giardino è contemporaneamente giardino reale e topografia psichica.
Tecnicamente si potrebbe parlare di un continuo slittamento dal dato fenomenico al correlativo interiore: la materia non viene abbandonata per raggiungere il simbolo, ma continua a pulsare dentro di esso.
È questo uno degli aspetti più riusciti di La donna covone.
Una lingua colta, ma mai sterilizzata dalla cultura
Il linguaggio di Damema Papini y Marcard possiede due anime apparentemente incompatibili.
Da una parte troviamo una trama colta e densissima. Borges, Aristotele, Arianna, Teseo, il Minotauro, Persefone, la Pizia, Ulisse, Ecate, Virginia Woolf; e poi il pensiero filosofico, la psicologia, l’arte, la musica, le cosmologie, gli I Ching.
Dall’altra parte abbiamo mutande, mestruazioni, benzina, spazzatura, moka, supermercati, pentole, bollette, automobili, bicchieri, sudore.
E poi la carne.
Molta.
Il seno, il ventre, le cosce, il sangue, i piedi, la pelle, il piacere sessuale, il desiderio, il corpo che invecchia e quello che ancora pretende di essere desiderato.
La forza di La donna covone sta proprio nel rifiuto di stabilire quale di questi due vocabolari sia più poetico.
Non esiste una parola nobile contrapposta a una parola impura.
Un riferimento mitologico può convivere con un gesto domestico; una divinità può comparire accanto a un decespugliatore; il sacro può manifestarsi attraverso il sangue mestruale così come nella contemplazione del mare.
Questa contaminazione produce una lingua talvolta volutamente ruvida, sensuale, esuberante, perfino eccessiva. Ma l’eccesso sembra essere parte integrante del progetto espressivo.
Non siamo davanti a una poesia della sottrazione.
Siamo davanti a una poesia che accumula.
Immagini, sensazioni, colori, citazioni culturali, parti anatomiche, animali, piante, pianeti, utensili e ricordi sembrano entrare nella pagina spingendosi reciprocamente, come se l’io lirico temesse che togliere qualcosa potesse significare ancora una volta rinunciare a una parte di sé.
Progetto felicità: quando la vita perfetta non basta
Uno dei momenti che meglio rappresentano il cuore della raccolta è Progetto felicità.
Il titolo stesso contiene qualcosa di volutamente razionale: la felicità come progetto, costruzione, programma. Nel testo compaiono frutteti, dalie, zinnie, rose antiche, bambini, libri, cibo preparato, notti trascorse vegliando.
Tutto sembra esserci.
Eppure:
«Ma sul progetto felicità
ho fallito – eppure
era lì a un dito.»
È un passaggio fondamentale di La donna covone, perché il fallimento non riguarda semplicemente un matrimonio o una relazione sentimentale.
È il fallimento di un modello.
La casa, la maternità, l’amore, la cura, la famiglia possono essere autentiche fonti di gioia e nello stesso tempo non bastare a esaurire l’identità di una donna.
La raccolta pone continuamente questa domanda senza trasformarla in slogan: quanto di ciò che desideriamo ci appartiene realmente e quanto abbiamo invece imparato a desiderarlo?
Da qui nasce il bisogno di spazio.
Spazio fisico, mentale, creativo, sessuale.
Spazio per camminare.
Nomade d’estate: la rivalsa è continuare a muoversi
Il movimento è una delle grandi isotopie della raccolta. Si cammina, si guida, si nuota, si pedala, si parte, si ritorna, si percorrono sentieri.
Il corpo in movimento diventa lo strumento mediante il quale l’io poetico tenta di sottrarsi all’immobilità esistenziale.
In Nomade d’estate questa tensione trova forse una delle formulazioni più nette:
«Porta sempre altrove un sentiero,
purché non si smetta mai di camminare.»
Il sentiero può essere persino «nero», incerto, privo di garanzie. Ciò che conta è l’altrove.
La rivalsa di La donna covone non coincide allora con la conquista di un nuovo uomo, di una nuova casa o di un nuovo equilibrio perfettamente definito.
È il recupero del movimento.
Della possibilità.
Del diritto di non sapere ancora esattamente dove si sta andando.
Il corpo sa prima della mente
Uno dei nuclei teoricamente più interessanti di La donna covone è il rapporto tra mente e corpo.
La nostra tradizione culturale ha spesso collocato la ragione in posizione gerarchicamente superiore rispetto alla carne. Nei testi di Damema Papini y Marcard questo rapporto tende invece a capovolgersi.
La mente razionalizza, giustifica, costruisce narrazioni, talvolta inganna.
Il corpo registra.
In La mente l’opposizione viene esplicitata con particolare nettezza: «È molto più consapevole / il corpo che non la mente», fino alla conclusione che riconosce nel corpo animale la capacità istintiva di comprendere quando sia necessario fuggire.
Da questo punto di vista, il frequente ricorso alla corporeità non va interpretato soltanto come elemento erotico.
Il corpo in La donna covone è uno strumento epistemologico.
Conosce.
Ricorda.
Avverte.
Desidera.
Rifiuta.
Per questo il seno, le mestruazioni, i piedi, la nudità, il sesso, la premenopausa, il respiro non sono dettagli scandalosi aggiunti alla poesia per provocare. Costituiscono un vero sistema di conoscenza.
Damema Papini y Marcard: la scrittrice e la pittrice

Guardare Damema Papini y Marcard soltanto come poetessa significherebbe tuttavia osservare una parte soltanto della sua ricerca artistica.
Nata a Ibiza, in Spagna, nel 1975, vive e lavora nella campagna vicino a Lucca, dove dipinge e scrive. È madre di quattro figli. Prima di La donna covone ha pubblicato il romanzo breve La mia isola e di Tito nel 2008 e le raccolte poetiche La stanza dei cigni e Tenere tenebre. Questi elementi biografici accompagnano la presentazione editoriale del volume.
Ma è soprattutto nel confronto fra pittura e poesia che la sua figura artistica diventa particolarmente interessante.
I dipinti non appartengono a La donna covone e non devono quindi essere intesi come illustrazioni della raccolta. Sono un’altra parte della produzione di Damema Papini y Marcard, autonoma, che vale però la pena osservare per tentare di comprendere l’artista nel suo insieme.
Ed emergono consonanze sorprendenti.
Pittura e poesia: due linguaggi, la stessa saturazione

Nelle opere pittoriche di Damema Papini y Marcard il colore non sembra semplicemente descrivere la realtà: la invade.
Blu intensi, verdi vegetali, gialli accesi, aranci, rossi convivono in superfici dense, nelle quali lo sguardo fatica a trovare zone di riposo.
In un dipinto il giardino appare quasi traboccante di vegetazione: palme, tronchi, piante, pareti e vasi entrano gli uni negli altri attraverso una cromia libera, non rigidamente mimetica.
Nell’altro, lo spazio domestico è dominato da una tavola sulla quale brocche, fiori, piatti, bicchieri e piccoli oggetti sembrano moltiplicarsi. La prospettiva è meno importante della presenza delle cose. L’interno non viene ordinato: viene vissuto.
Qui si individua una prima affinità con La donna covone.
Anche la poesia dell’autrice tende alla saturazione.
Alla proliferazione.
Alla sovrapposizione.
Dove la pittrice accosta campiture di colore, la poetessa accumula immagini e campi semantici. Dove la tela presenta una vegetazione quasi incontenibile, la pagina fa proliferare fiori, animali, divinità, utensili domestici, pianeti, alimenti, corpi.
In entrambi i casi la realtà sembra incapace di rimanere semplicemente ciò che è.
Deve trasformarsi.
Ma tra la pittrice e la poetessa esiste anche un contrasto
Limitarsi alle affinità sarebbe però troppo semplice.
Nella pittura che abbiamo davanti prevale una vitalità cromatica immediata. Anche quando gli spazi sono densi, c’è una sorta di festa dello sguardo.
La poesia di La donna covone, invece, introduce dentro quella stessa abbondanza una frattura.
I colori rimangono, ma sono spesso attraversati dal dolore.
I fiori continuano a fiorire, però possono accompagnare una separazione. Il giardino può essere bellissimo e contemporaneamente contenere la solitudine. Il mare può essere libertà e paura. La cucina può conservare il calore della famiglia e diventare il luogo nel quale misurare quanto di sé sia stato sacrificato.
La pittura sembra talvolta dire: guarda quanto è ricco il mondo.
La poesia aggiunge: guarda quanto può fare male abitarlo.
Ed è proprio questa distanza a rendere interessante il confronto tra le due forme artistiche.
La pittrice e la poetessa non si spiegano necessariamente l’una con l’altra.
Si interrogano.
Ibiza e la radice mediterranea dell’immaginario
Nascere a Ibiza non significa naturalmente essere condannati a portare un’isola dentro ogni opera. Sarebbe una lettura biografica troppo semplice.
Eppure sarebbe altrettanto difficile ignorare la presenza, nell’universo espressivo di Damema Papini y Marcard, di una sensibilità profondamente mediterranea.
La luce, il mare, la nudità, il caldo, la vegetazione, il blu, l’oro, le notti estive, il desiderio di camminare all’aperto, il rapporto fisico con gli elementi sono continuamente presenti in La donna covone e ritornano nella sua pittura.
La Spagna e Ibiza possono allora essere considerate non tanto spiegazioni quanto coordinate originarie.
L’isola, soprattutto, diventa una metafora particolarmente suggestiva per leggere la poetica dell’autrice: luogo separato e insieme esposto all’orizzonte, chiuso dalla propria geografia e aperto in ogni direzione sul mare.
Non è forse molto diversa la condizione della voce che attraversa La donna covone.
La donna covone: perché proprio un covone?
Il componimento che dà il titolo al libro arriva verso la conclusione del percorso estivo.
La protagonista guarda i propri capelli argentati, raccolti quasi fossero spighe, fieno, erba.
E scrive:
«Da oggi vorrei chiamarmi la donna covone.»
È una metafora di particolare efficacia perché il covone viene dopo il taglio.
Qualcosa è stato mietuto.
Qualcosa non tornerà nella forma precedente.
Eppure il raccolto non viene disperso: viene riunito.
Nel covone della poesia entrano l’infanzia, le sorelle, il fieno, gli animali, le vigne, il passato. E proprio quel passato, raccolto anziché cancellato, può diventare materiale capace di attraversare l’inverno.
È forse l’immagine che meglio descrive l’intero libro.
La donna che esce da questa estate non è guarita nel senso banale del termine.
Non ha dimenticato.
Non ha cancellato.
Non ha sostituito ciò che ha perduto.
Ha raccolto.
Una poesia femminile che rifiuta l’idealizzazione
Definire La donna covone semplicemente come poesia femminile sarebbe riduttivo se con questa espressione intendessimo una categoria tematica.
La questione femminile attraversa invece profondamente il libro perché riguarda la costruzione dell’identità.
Maternità, carico della cura, sessualità, libertà di movimento, diritto alla solitudine, invecchiamento, desiderio, indipendenza economica e creatività diventano interrogativi individuali che si aprono continuamente verso una dimensione collettiva.
L’io poetico passa dal “me” al “noi”.
E la maternità è forse uno dei territori nei quali questo passaggio risulta più interessante.
I figli sono amati con intensità evidente, ma l’amore materno non viene utilizzato per cancellare la fatica, la rinuncia o il bisogno di uno spazio individuale.
È una maternità riportata sulla terra.
Come il sesso.
Come l’amore.
Come la libertà.
Eretica Edizioni: dare ancora spazio alla poesia
Un riconoscimento va infine a Eretica Edizioni, che pubblica La donna covone all’interno dei suoi Quaderni di poesia.
In un sistema editoriale nel quale la poesia difficilmente gode della visibilità riservata alla narrativa, continuare a costruire collane dedicate alla scrittura poetica significa preservare uno spazio nel quale possano emergere voci non necessariamente addomesticate dalle logiche più immediate del mercato.
Il catalogo di Eretica Edizioni merita in questo senso di essere esplorato oltre il singolo volume.
Scorrerne le collane significa incontrare autori, forme e linguaggi differenti e, soprattutto, ricordare che la poesia contemporanea non è un genere relegato alla scuola o alla memoria dei classici: continua a essere uno strumento con cui raccontare ciò che spesso la prosa ordinaria fatica a contenere.
La donna covone e il coraggio di non essere innocua
La donna covone non è una raccolta accomodante.
Damema Papini y Marcard non sembra interessata a rendere presentabile ciò che nella vita raramente lo è.
Scrive il desiderio quando sarebbe più elegante tacerlo.
Scrive il corpo quando la convenzione suggerirebbe di velarlo.
Scrive la maternità senza trasformarla in santino.
Scrive l’amore riconoscendone la potenza, ma anche i limiti.
Scrive la paura della solitudine e contemporaneamente la necessità di conquistarla.
E mentre fa tutto questo continua a disseminare le pagine di dee, miti, filosofi, stelle, piante, animali, letteratura e pittura.
La lingua di La donna covone può essere colta e subito dopo carnale, lirica e poi ironica, metafisica e domestica, sublime e sfrontatamente concreta.
È precisamente in questa instabilità che trova la propria identità.
Alla fine dell’estate non viene consegnata al lettore una morale.
Arriva l’equinozio.
Arriva la consapevolezza che l’inverno sarà necessario perché i semi possano attraversare il buio e prepararsi a rinascere.
Damema Papini y Marcard non promette che non farà male.
Non promette neppure che ogni domanda troverà risposta.
Fa qualcosa di letterariamente più interessante: raccoglie ciò che resta dopo la mietitura.
Dolore, desiderio, cultura, sesso, figli, ricordi, rabbia, giardini, mare, paura, colore.
Ne fa un covone.
E lo porta con sé.
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