Fisketorget Oslo: pesce freschissimo, servizio a metà

Oslo ci accoglie in giorni che difficilmente avremmo potuto immaginare prima di partire. Ci troviamo nella capitale norvegese proprio quando muore l’amatissimo re Harald V e, inevitabilmente, il viaggio assume anche una dimensione diversa. Accanto alla città moderna, ordinata, quasi futuristica che avevamo immaginato, incontriamo un popolo raccolto nel proprio cordoglio, fiero e composto, capace di manifestare affetto verso il proprio sovrano senza trasformare il dolore in spettacolo.

Le poche giornate a disposizione scorrono veloci tra musei, palazzi ultramoderni, passeggiate sul porto e piccoli isolotti raggiunti con i traghetti che attraversano continuamente il fiordo.

Poi arriva la sera. O meglio, quella che per noi italiani sarebbe quasi ancora merenda.

A Oslo si cena presto, molto presto: dalle 17.00 i ristoranti cominciano tranquillamente a riempirsi e alle 18.00 nessuno vi guarderà come un turista spaesato che ha anticipato la cena di tre ore.

Ed è proprio intorno alle 18.00 che, dopo la consueta ricerca sul web, arriviamo al Fisketorget Oslo, in Rådhusbrygge 4, direttamente sul porto, praticamente davanti agli attracchi dei traghetti che collegano il centro con le varie isole.

Una posizione che, già da sola, vale una parte dell’esperienza.

Fisketorget Oslo: prima pescheria, poi ristorante

A portarci qui era stata soprattutto una cosa: la spettacolare vetrina del pesce che avevamo notato passando davanti al locale.

Definirla semplicemente “vetrina” è quasi riduttivo.

Entrando al Fisketorget Oslo ci si trova infatti davanti a una vera pescheria, con il pescato disposto sul ghiaccio, crostacei, molluschi e pesci interi che raccontano immediatamente quale sia l’identità del locale.

Non c’è bisogno di studiare il menù per capire quale sia il protagonista.

Qui il pesce non è un ingrediente nascosto nelle cucine: è esposto, mostrato, quasi celebrato.

Ed è probabilmente proprio questo banco a rappresentare la parte più bella del Fisketorget.

Uno spettacolo per chi ama il mare e ancora di più per chi ama mangiarlo.

La cucina è praticamente a vista e il confine fra pescheria e ristorante rimane volutamente sottile. Una formula che ci piace molto perché comunica immediatamente freschezza e concretezza.

Nel pomeriggio avevamo inoltre visto servire delle zuppe di pesce da passeggio, acquistabili direttamente e mangiabili sul porto, a un prezzo che ci era sembrato intorno ai 18 euro.

A prima vista può sembrare una cifra importante per una zuppa da asporto.

Poi bisogna ricordarsi di essere in Norvegia.

Mangiare a Oslo: quando 18 euro sembrano quasi convenienti

Chi arriva per la prima volta a Oslo deve rapidamente modificare i propri parametri.

I prezzi norvegesi non possono essere letti utilizzando il metro italiano.

Il rapporto, almeno per molte voci legate alla ristorazione, può tranquillamente apparire di uno a due, se non addirittura uno a tre rispetto a ciò cui siamo abituati.

Dopo qualche conto e qualche menù osservato durante il viaggio, quei circa 18 euro per una zuppa di pesce calda, servita direttamente sul porto, cominciano quindi persino ad apparire ragionevoli.

Ma quella sera decidiamo di fare qualcosa di diverso.

Niente zuppa da passeggio.

Ci sediamo.

Un tavolino sul porto, una coperta e l’aria del fiordo

Scegliamo uno dei pochi tavolini all’esterno.

La temperatura comincia a scendere e la brezza proveniente dal fiordo si fa sentire, ma rinunciare a mangiare fuori proprio lì, davanti al porto di Oslo, ci sembra quasi un peccato.

Il locale è preparato.

Sulle sedie troviamo delle grandi coperte da adagiare sulle spalle, dettaglio semplice ma decisamente gradito.

Ci avvolgiamo e restiamo fuori.

Il cameriere che ci accoglie è simpatico, disponibile, parte decisamente bene.

Ci illustra qualcosa, prende l’ordinazione, ci fa sentire accolti.

Purtroppo la nostra relazione con lui sarà piuttosto breve.

Più avanti, infatti, sembrerà dimenticarsi completamente della nostra esistenza.

Ma a questo arriveremo.

Prima bisogna mangiare.

La zuppa d’aragosta: delicata, cremosa e nordica

Zuppa d'aragosta

Come facciamo spesso quando proviamo per la prima volta un locale, preferiamo ordinare più piatti diversi anziché concentrarci su una sola portata.

Vogliamo capire la cucina.

Assaggiare.

Confrontare.

Purtroppo non ricordiamo i nomi originali norvegesi delle varie preparazioni, ma il primo piatto è una zuppa d’aragosta.

Arriva fumante, perfetta per quella temperatura che sul porto sta diventando rapidamente meno indulgente.

La consistenza è vellutata, quasi setosa.

Il gusto dell’aragosta è presente ma non aggressivo; la parte cremosa ammorbidisce la componente marina e rende il piatto elegante, rotondo, rassicurante.

È una zuppa più raffinata che rustica.

Non cerca una concentrazione estrema né una sapidità violenta: lavora invece sulla delicatezza.

E funziona.

Avremmo gradito qualche crostino, sia per aggiungere una componente croccante sia per raccogliere meglio la crema.

In compenso c’è il pane accompagnato dal burro, presenza praticamente inevitabile da queste parti.

E bisogna ammetterlo: il pane imburrato, intinto nella zuppa calda mentre fuori soffia l’aria del fiordo, svolge egregiamente il proprio compito.

Rimane però una curiosità.

Assaggiando questa preparazione ci viene il dubbio che forse avremmo fatto meglio a scegliere la loro più tradizionale Fiskesuppe, la classica zuppa di pesce norvegese preparata generalmente con pesce bianco, spesso merluzzo, verdure e una base cremosa.

Quella all’aragosta è buona.

Ma forse, in un posto come questo, avremmo dovuto lasciarci conquistare maggiormente dalla tradizione.

Le cozze: piccole, saporite e decisamente nordiche

Proseguiamo con le cozze.

Chi è abituato alle grandi cozze mediterranee potrebbe inizialmente restare perplesso davanti alle dimensioni.

Sono piccole.

La dimensione ridotta, però, non significa mancanza di sapore.

Anzi.

Le cozze sono concentrate, marine, piacevolmente sapide.

Vengono servite in un fondo cremoso nel quale la panna entra senza troppe esitazioni.

È una preparazione lontana dalle nostre impepate, dal pomodoro, dall’aglio e dal prezzemolo a cui il palato mediterraneo è abituato.

Qui la cucina cambia registro.

La panna avvolge il mollusco, smussa la sapidità e crea una salsa morbida che invita inevitabilmente a utilizzare il pane.

Non sarà ortodossia mediterranea, ma ci piace.

È uno di quei piatti nei quali bisogna smettere di chiedersi come lo avremmo cucinato noi e accettare semplicemente il linguaggio gastronomico del luogo.

Il toast con i gamberetti norvegesi

Arriva quindi un grande toast ricoperto di gamberetti norvegesi.

La quantità non lascia spazio a critiche.

I gamberetti sono abbondanti, disposti generosamente sul pane e certamente freschi.

Esteticamente il piatto promette molto.

All’assaggio, però, qualcosa ci lascia meno convinti.

Il gamberetto nordico ha una dolcezza delicata e un gusto meno marcato rispetto ad alcuni crostacei mediterranei cui siamo abituati.

Qui quella delicatezza finisce quasi per diventare neutralità.

Li troviamo corretti, freschi, piacevoli nella consistenza, ma poco incisivi.

Ci manca soprattutto qualcosa che dia slancio al piatto.

Un filo d’olio extravergine d’oliva, per esempio.

Ma siamo italiani e questa, naturalmente, è anche colpa nostra.

Cerchiamo istintivamente il nostro buon olio per condire e ravvivare il sapore.

Sul tavolo non c’è.

Qui domina il burro.

Ancora una volta, altro Paese, altra cultura gastronomica.

L’errore della serata: il prosecco “Donna Marta”

Decidiamo ovviamente di ordinare anche una bottiglia di vino.

Ed è qui che commettiamo quello che, col senno di poi, consideriamo il vero errore della cena.

La carta dei vini è piena di bottiglie d’importazione e i prezzi sono importanti.

Molto importanti.

Cerchiamo qualcosa che possa accompagnare il pesce senza trasformarsi in un investimento finanziario.

Tra le proposte individuiamo un prosecco italiano.

Donna Marta.

Mai visto.

Mai sentito.

Il nome non ci suggerisce assolutamente nulla.

Costa 650 corone norvegesi, all’incirca 60 euro.

E, cosa ancora più preoccupante, è persino uno dei vini meno costosi della carta.

Ci guardiamo.

Prosecco italiano.

Siamo italiani.

Quanto potrà andare male?

Male.

Avremmo dovuto ordinare la birra.

Il Donna Marta si rivela un prosecco che ci ricorda immediatamente certi aperitivi dei bar di paese, quelli nei quali qualche habitué ordina il solito bicchiere senza preoccuparsi troppo della denominazione, del perlage o del produttore.

Cerchiamo persino informazioni sul web.

Nulla.

O almeno nulla che ci aiuti a capire cosa abbiamo davanti.

A quel punto, però, la responsabilità è tutta nostra.

Abbiamo ordinato alla cieca un prosecco italiano in Norvegia pagando circa 60 euro una bottiglia sconosciuta.

Il Fisketorget non ci ha obbligati.

La bottiglia rimarrà quasi piena sul tavolo.

Lezione appresa.

La prossima volta: birra.

Quando il servizio si dimentica del tavolo

Tavolini esterno Fisketorget

Fino a questo momento saremmo anche disposti a ordinare qualcos’altro.

La vetrina continua a tentarci.

Il pesce è bello.

La cucina è lì.

Ci sarebbe molto altro da provare.

Ed è proprio qui che emerge il vero limite della nostra esperienza al Fisketorget Oslo.

Il cameriere che ci aveva accolto così bene sembra improvvisamente sparire.

Aspettiamo.

Passa qualcuno.

Poi un altro.

Fuori lavora una persona, dentro un’altra.

Il locale è frequentato, la posizione evidentemente richiama moltissimi turisti e progressivamente abbiamo la sensazione che nessuno stia realmente seguendo il nostro tavolo.

Vorremmo ordinare ancora.

Poi aspettiamo.

E ancora.

Alla fine ci passa la voglia.

Questo è forse il peccato maggiore della serata.

Non un piatto sbagliato.

Non del pesce cattivo.

Non una cucina deludente.

Semplicemente una cena che avrebbe potuto continuare e che invece si interrompe perché il cliente smette di sentirsi considerato.

Il verdetto de “I Cattivi”: ★★

Verdetto de i cattivi

Accoglienza: ★★★
Partenza convincente, con un cameriere simpatico e disponibile. L’impressione iniziale è positiva, ma purtroppo non viene mantenuta durante tutta la cena.

Ambiente e posizione: ★★★★
Posizione sul porto splendida con tavolini esterni affacciati sul movimento dei traghetti.

Banco del pesce: ★★★★★
Pescheria autentica, ricchissima, scenografica senza artifici e capace di comunicare immediatamente la freschezza della materia prima.

Cucina: ★★★
Pesce evidentemente freschissimo e preparazioni abbastanza corrette con qualche scivolone.

Servizio: ★
Dopo un buon inizio, il tavolo viene totalmente abbandonato.

Carta dei vini: ★
Prezzi decisamente elevati, comprensibili solo in parte considerando il contesto norvegese e la necessità di importazione.

Rapporto qualità-prezzo: ★★
Oslo impone parametri diversi da quelli italiani ma il conto risulta esagerato.

Il conto: 2.900 corone e una bottiglia quasi piena

Alla fine chiediamo il conto.

2.900 corone norvegesi.

Una cifra importante, naturalmente, ma bisogna leggerla nel contesto di Oslo, del luogo in cui ci troviamo e del costo generale della ristorazione norvegese.

Paghiamo e ce ne andiamo lasciando sul tavolo buona parte di quella bottiglia di prosecco da 650 corone.

Uno spreco che fa quasi più male del conto.

Usciamo però senza avere la sensazione di aver mangiato male.

Tutt’altro.

Rimane piuttosto la sensazione di una cena incompiuta.

Come se il Fisketorget ci avesse mostrato chiaramente ciò che sa fare bene senza riuscire a portarci fino alla fine del percorso.

Fisketorget Oslo: vale la pena?

Vetrina del pesce

Sì, soprattutto se si ama il pesce e se si vuole vivere una formula gastronomica molto legata alla posizione e alla cultura del porto.

Il Fisketorget Oslo possiede qualcosa che molti ristoranti cercano inutilmente di costruire attraverso arredi e storytelling: un’identità autentica.

È una pescheria.

È una cucina.

È sul porto.

I traghetti arrivano e partono a pochi metri.

Il pesce è davanti agli occhi.

Non serve inventarsi molto altro.

La materia prima è evidentemente freschissima e l’ambiente, soprattutto sedendosi all’aperto con una coperta sulle spalle e l’aria del fiordo che arriva dal mare, ha un fascino indiscutibile.

La cucina ci sembra più interessante quando rimane vicina ai sapori nordici e alla semplicità del prodotto.

Probabilmente, ripensandoci, avremmo dovuto insistere proprio su quello.

Meno vino italiano.

Più Norvegia.

La prossima volta sappiamo già cosa ordinare

Oslo ci lascia con molti ricordi.

La città ultramoderna.

I musei.

Gli isolotti.

Il porto.

Le immagini di un popolo raccolto nel dolore per la perdita del proprio re.

E anche questo tavolino del Fisketorget, con il vento che comincia a farsi freddo, una coperta sulle spalle e davanti una zuppa fumante.

Non sappiamo quando torneremo.

Ma una cosa la sappiamo.

La prossima volta niente esperimenti con improbabili prosecchi italiani dall’identità misteriosa.

Andremo dritti verso quella zuppa che avevamo visto servire nel pomeriggio.

Fiskesuppe da passeggio, porto davanti agli occhi e una birra.

Probabilmente il modo più semplice.

E forse anche il migliore.

Scopri tutti gli articoli della rubrica I Cattivi e continua il viaggio tra sapori, luoghi e racconti di cucina e di vita: https://spazionews24.it/rubrica-de-i-cattivi/

Lascia un commento