Antica Osteria sul Naviglio: alla fine vince il freezer

Antica Osteria sul Naviglio a Trezzano sul Naviglio. È uno dei nostri soliti lunedì sera e, come spesso accade all’inizio della settimana, a Milano molti ristoranti osservano il turno di chiusura. Noi, invece, abbiamo fame.

Cominciamo quindi a curiosare sul web alla ricerca di qualche alternativa nell’interland e, tra una proposta e l’altra, compare l’Antica Osteria sul Naviglio.

Il nome non ci è nuovo.

Ci eravamo stati qualche anno prima per un pranzo con il classico menù del giorno. Non ricordiamo esattamente cosa avessimo mangiato né particolari memorabili, ma ricordiamo il locale pieno e, soprattutto, di essere usciti senza recriminazioni. D’altronde si trattava di uno di quei pranzi a prezzo contenuto nei quali non si pretende la luna: si mangia, si paga il giusto e si torna al lavoro.

Decidiamo quindi di riprovare l’Antica Osteria sul Naviglio, questa volta a cena.

Senza prenotare.

Con un piano B di rara raffinatezza gastronomica: se non troviamo posto torniamo a casa, apriamo il freezer e vediamo cosa offre la sorte.

Mai sottovalutare un buon freezer.

Antica Osteria sul Naviglio: l’arrivo e il primo dubbio

Arriviamo a Trezzano e troviamo parcheggio senza difficoltà.

Durante il breve tragitto a piedi passiamo davanti a una pizzeria che si promuove come napoletana. Dall’interno arriva un profumo decisamente invitante.

Per qualche secondo rallentiamo.

La tentazione di cambiare programma c’è, inutile negarlo, ma ormai abbiamo un obiettivo: l’Antica Osteria sul Naviglio.

Proseguiamo.

Il locale nasce da una ristrutturazione ben riuscita negli intenti: ambienti suddivisi in diverse salette, mattoni a vista, luci calde e quel gusto volutamente rustico che cerca di restituire l’atmosfera dell’osteria senza rinunciare a una certa cura estetica.

Nel complesso l’ambiente è piacevole, caldo, raccolto.

Entriamo.

A prima vista sembra completamente vuoto.

Dopo qualche istante si affaccia una ragazza.

«Possiamo cenare?»

La risposta arriva sotto forma di domanda:

«Avete prenotato?»

No.

Per un attimo, visto il tono e soprattutto considerato il deserto che ci sembra di avere davanti, temiamo quasi di aver commesso un’imprudenza presentandoci senza aver prima annunciato formalmente la nostra intenzione di mangiare.

In realtà la ragazza ci fa cenno di seguirla.

Attraversiamo l’ingresso e scopriamo che la prima saletta, una ventina di coperti circa, non è proprio vuota.

Ci sono due clienti.

Uno seduto a un tavolino.

L’altro al tavolino immediatamente accanto.

Non si conoscono e non si parlano.

La ragazza ci propone il terzo tavolino della stessa fila.

Perfettamente allineato agli altri due.

Una sorta di piccolo trenino gastronomico.

Cliente, cliente, noi.

Tutti vicini, vicini.

Comprendiamo perfettamente che in un ristorante si condivida uno spazio, un po’ meno la necessità di concentrare quattro persone praticamente nello stesso metro quadrato quando il resto della sala è libero e la seconda saletta è addirittura completamente vuota.

Non abbiamo conversazioni di importanza strategica nazionale da proteggere, ma ci farebbe piacere poter parlare senza costringere due perfetti sconosciuti ad ascoltare cosa abbiamo fatto durante la giornata e, soprattutto, senza essere involontariamente coinvolti nelle loro.

Chiediamo quindi gentilmente se sia possibile accomodarci a un altro tavolino, poco più distante.

La ragazza ci guarda.

Una di quelle occhiate sufficientemente neutre da non poter essere contestate ma altrettanto eloquenti da non poter essere fraintese.

Poi ci accompagna al tavolo richiesto.

Non sembra particolarmente felice della modifica.

Ma almeno ci spostiamo.

Un menù breve che sulla carta promette abbastanza bene

Arriva il menù dell’Antica Osteria sul Naviglio.

Non è particolarmente ricco e questo, per noi, non rappresenta necessariamente un difetto.

Anzi.

Abbiamo sempre pensato che poche proposte ben realizzate siano preferibili a quei menù enciclopedici nei quali convivono senza apparente difficoltà ostriche, carbonara, sushi, cotoletta, pizza e probabilmente anche un pollo tikka masala nascosto nell’ultima pagina.

Qui la scelta è contenuta.

Alcuni piatti di carne, altri di pesce.

Le proposte non sembrano male e noi vogliamo restare relativamente leggeri.

Optiamo quindi per il pesce.

Ordiniamo un polpo cotto a bassa temperatura su vellutata di porri e patate, 18 euro, e un carpaccio di tonno pinna gialla con salsa teriyaki, bottarga e sedano, 21 euro.

A seguire scegliamo un fritto misto con gamberoni, calamari e latterini, 30 euro, da dividere.

Acqua e una bottiglia di Vermentino da 18 euro completano l’ordine.

La carta dei vini, almeno per ciò che cercavamo quella sera, ci è sembrata piuttosto modesta.

Poche etichette capaci di incuriosirci e nessuna che ci facesse venire voglia di allungare particolarmente la ricerca.

Scegliamo quindi il Vermentino.

Senza grandi aspettative.

E senza grandi sorprese.

Il polpo: quando la bassa temperatura diventa bassa quantità

Polpo su vellutata

Arrivano gli antipasti.

Il primo è il polpo.

Fortunatamente non siamo arrivati all’Antica Osteria sul Naviglio con un appetito particolarmente aggressivo perché nel piatto troviamo sostanzialmente mezzo tentacolo.

Non una porzione abbondante, diciamo.

Il polpo, va riconosciuto, è cotto bene.

Morbido, senza diventare sfatto, tecnicamente corretto.

Il problema è tutto quello che dovrebbe accompagnarlo.

La vellutata di porri e patate, almeno nella nostra idea di vellutata, dovrebbe avere una consistenza cremosa, avvolgente, qualcosa capace di legarsi al polpo e completarlo.

Qui ci troviamo davanti a una preparazione talmente liquida da ricordarci più un brodo che una vellutata.

Ma il vero limite non è neppure la consistenza.

È il sapore.

O, meglio, la sua assenza.

Cerchiamo il porro.

Cerchiamo la patata.

Cerchiamo qualcosa.

Niente.

Il mezzo tentacolo rimane quindi praticamente solo, adagiato su un liquido che dovrebbe accompagnarlo ma che sembra aver scelto di non interferire.

Un piatto da 18 euro che termina rapidamente e lascia altrettanto rapidamente pochissime tracce nella memoria.

Il carpaccio di tonno: freddo. Molto freddo

Carpaccio di tonno

Passiamo al carpaccio di tonno pinna gialla.

Nel piatto arrivano cinque fettine pallide di tonno.

Cinque.

Ma il problema, ancora una volta, non è soltanto la quantità.

Assaggiamo.

Il tonno è ghiacciato.

Non semplicemente freddo.

Ghiacciato.

La sensazione al palato è quella di un prodotto che non abbia completato correttamente lo scongelamento. La nostra impressione è che il trancio possa essere stato affettato quando era ancora parzialmente congelato.

Naturalmente è una nostra deduzione basata esclusivamente su ciò che abbiamo trovato nel piatto, ma la temperatura lascia davvero pochi dubbi sul fatto che il pesce fosse ancora estremamente freddo al momento del servizio.

La sorpresa continua con il sedano.

Ghiacciato anche quello.

A questo punto la cena assume una curiosa coerenza termica.

La salsa teriyaki c’è, ma non riesce a riscattare l’insieme.

E la bottarga?

Solo mentre riguardiamo le fotografie per scrivere questa recensione dell’Antica Osteria sul Naviglio ci rendiamo conto di un particolare che, quella sera, ci era sfuggito.

Della bottarga annunciata nel menù non riusciamo a trovare traccia.

Sul momento eravamo probabilmente troppo impegnati a evitare che il carpaccio provocasse una crisi di sensibilità dentale per accorgercene.

Riguardiamo le foto.

Ingrandiamo.

Ricontrolliamo.

Niente.

Forse sarà stata talmente discreta da rendersi invisibile.

Noi, comunque, non l’abbiamo trovata.

Il fritto misto: molto misto, ma soprattutto latterini

Fritto misto

Arriva finalmente il fritto.

Qui almeno la quantità cambia decisamente registro.

Il piatto è abbondante.

Dentro troviamo latterini in grande maggioranza, alcuni calamari e tre gamberoni.

I calamari, per dimensione e consistenza, ci fanno pensare più alle varietà provenienti dall’Atlantico o dal Pacifico che al piccolo calamaro mediterraneo.

Dividiamo equamente calamari e gamberoni.

Poi arriviamo ai latterini.

Li assaggiamo.

Il latterino possiede naturalmente una sua caratteristica nota leggermente amarognola, soprattutto a seconda della preparazione e delle dimensioni.

Qui, però, per il nostro gusto si va oltre.

L’amaro prevale e diventa poco piacevole.

Ne assaggiamo ancora qualcuno, sperando che il primo ci abbia restituito un’impressione sbagliata.

Niente da fare.

Lasciamo tutto il mucchio di latterini nel piatto.

E improvvisamente quei 30 euro di fritto misto diventano una porzione di qualche anello di calamaro e tre gamberoni divisi in due.

Il risultato matematico è piuttosto semplice.

Abbiamo ancora fame.

Quando il dessert diventa una necessità

Tiramisù

A questo punto non siamo particolarmente entusiasti all’idea di proseguire.

Ma siamo entrati all’Antica Osteria sul Naviglio per cenare e, tecnicamente, vorremmo uscire avendo cenato.

Decidiamo quindi di ordinare un dessert.

Scegliamo il Tiramisù dell’Osteria con crema al mascarpone, savoiardo sardo e caffè.

Arriva.

La crema al mascarpone è buona.

Il caffè anche.

E finalmente troviamo qualcosa che possiamo mangiare senza interrogarci troppo.

Rimane il famoso savoiardo sardo.

Al singolare.

Perché di savoiardo ce n’è effettivamente uno.

Uno solo.

E, almeno per quanto ci riguarda, non ci sembra nemmeno particolarmente sardo.

Forse aveva origini isolane lontane.

Forse un bisnonno di Cagliari.

Non indaghiamo.

Mangiamo il tiramisù e concludiamo la cena.

Il servizio e quella sensazione che non passa

Durante tutta la permanenza all’Antica Osteria sul Naviglio non accade nulla di particolarmente grave dal punto di vista del servizio.

Ed è forse proprio questo il punto.

Non possiamo raccontare di comande sbagliate, piatti rovesciati o attese interminabili.

Semplicemente non percepiamo mai quella forma di accoglienza che può cambiare il tono di una serata.

Dal primo tavolo proposto, appiccicato agli altri due clienti in una sala praticamente libera, fino alla richiesta di spostarci accolta senza particolare entusiasmo, tutto procede in maniera corretta ma fredda.

Nessuna attenzione particolare.

Nessuna curiosità quando buona parte del fritto torna indietro.

Nessun gesto capace di farci pensare che qualcuno abbia davvero interesse a sapere come stia andando la cena.

A volte basta pochissimo.

Una domanda sincera.

Un sorriso.

Un «tutto bene?» che non sia pronunciato mentre ci si sta già allontanando.

Quella sera non arriva.

Un blues artificiale, ma forse la cosa più riuscita della serata

C’è però una presenza costante che ci accompagna per tutta la cena.

La musica.

Un sottofondo blues, discreto, perfettamente compatibile con i mattoni a vista e con l’ambiente rustico del locale.

Evidentemente si tratta di musica creata con l’intelligenza artificiale.

E dobbiamo ammetterlo: è piacevole.

Non avremmo mai immaginato, entrando, che al termine della serata uno dei ricordi migliori dell’Antica Osteria sul Naviglio sarebbe stato qualcosa che, tecnicamente, non esiste nemmeno come musicista.

Eppure eccoci qui.

Forse l’intelligenza artificiale non sa ancora friggere i latterini.

Ma quella sera il blues le riusciva meglio.

Il verdetto de “I Cattivi”: ★

Il verdetto

Accoglienza: ★
Locale quasi vuoto, ma inizialmente veniamo sistemati in fila accanto agli unici altri due clienti presenti. Il cambio di tavolo viene concesso, senza particolare entusiasmo.

Servizio: ★
Formalmente svolge il proprio compito, ma manca completamente quella sensazione di attenzione e ospitalità che ci aspettiamo da un’osteria.

Cucina: ★
Polpo ben cotto ma minuscolo e accompagnato da una vellutata inconsistente; carpaccio di tonno servito ancora ghiacciato e senza traccia evidente della bottarga indicata nel menù; fritto abbondante ma dominato da latterini per noi eccessivamente amari.

Atmosfera: ★★
L’ambiente rustico con mattoni a vista è piacevole e il sottofondo blues, seppure generato dall’IA, funziona. È probabilmente l’aspetto che salviamo più volentieri.

Rapporto qualità/prezzo: ★
105 euro in due per uscire con la sensazione di non aver cenato davvero sono difficili da giustificare sulla base della nostra esperienza.

Non avevamo pretese di alta cucina, porzioni pantagrueliche o un servizio da ristorante stellato.

Facciamo fatica a individuare un solo elemento della cena capace di convincerci.

105 euro dopo: il freezer assume tutto un altro fascino

Ci alziamo.

Andiamo alla cassa.

Il conto è di 105 euro.

Paghiamo.

Usciamo dall’Antica Osteria sul Naviglio con quella spiacevole sensazione che arriva quando una cena non soltanto non entusiasma, ma non offre neppure quel piccolo dettaglio al quale aggrapparsi per dire: «Però questo era buono».

Forse il tiramisù.

O meglio, la crema del tiramisù.

Forse la musica.

Il blues dell’intelligenza artificiale.

Per il resto, niente ci induce a pensare di voler tornare a breve.

Naturalmente una singola cena racconta soltanto una singola cena.

Forse la cucina di carne rappresenta il vero punto di forza dell’Antica Osteria sul Naviglio.

Forse il lunedì sera non è la serata migliore.

Forse il locale esprime molto meglio la propria identità durante il pranzo, con quel menù a prezzo fisso che anni fa avevamo provato senza uscirne scontenti.

Tutto è possibile.

Noi possiamo raccontare soltanto ciò che è arrivato al nostro tavolo quella sera.

Ed è stato decisamente poco convincente.

Dalla pizzeria al freezer: il cerchio si chiude

Una volta fuori ripercorriamo la strada verso l’auto.

E naturalmente passiamo nuovamente davanti alla pizzeria napoletana.

Il profumo c’è ancora.

Probabilmente è perfino più invitante di prima.

Per qualche secondo siamo seriamente tentati di entrare.

Avremmo potuto ordinare una pizza.

Una Margherita.

Una qualsiasi cosa con carboidrati, pomodoro e dignità calorica sufficiente a dichiarare conclusa la cena.

Poi prevale il buon senso.

O forse la stanchezza.

Torniamo verso casa.

Ed è proprio in quel momento che riaffiora il piano B formulato all’inizio della serata.

«Se non troviamo posto, torniamo a casa e tiriamo fuori qualcosa dal freezer».

Ecco.

Alla fine all’Antica Osteria sul Naviglio il posto lo abbiamo trovato.

Il problema è che, dopo aver speso 105 euro, il nostro freezer ci sembra improvvisamente molto più interessante.

Quasi gourmet.

Quasi rassicurante.

E soprattutto, almeno lui, quando tira fuori qualcosa di congelato, non cerca di farci credere che sia già scongelato.

Antica Osteria sul Naviglio: magari a voi andrà meglio

Calici dell'osteria

La nostra cena all’Antica Osteria sul Naviglio è andata così e sarebbe poco corretto raccontarla diversamente.

Non abbiamo apprezzato gli antipasti, non ci ha convinto il fritto, abbiamo trovato il servizio poco accogliente e il conto sproporzionato rispetto a ciò che abbiamo mangiato.

Ma un ristorante vive di giornate, persone, piatti e momenti diversi.

E noi stessi ricordavamo un precedente pranzo, anni fa, senza particolari motivi di lamentela.

Per questo non diremo che non valga la pena provarlo.

Se siete in zona Trezzano sul Naviglio e il locale vi incuriosisce, entrate, sedetevi e fatevi una vostra idea. Magari scegliete la carne. Magari provate il menù del mezzogiorno. Magari incontrerete una serata completamente diversa dalla nostra.

Ed è anche questo il bello di andare al ristorante e poi raccontarlo.

Una sera iniziata con il dubbio tra l’Antica Osteria sul Naviglio e una cena improvvisata a casa.

Abbiamo scelto l’osteria.

Alla fine ha vinto il freezer.

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1 commento su “Antica Osteria sul Naviglio: alla fine vince il freezer”

  1. Mia figlia ed io un sabato a pranzo decidiamo di fermarci all osteria suddetta ,nn c’è nessun cliente a parte noi carino il posto ma come menù direi molto scarso decidiamo per un risotto allo zafferano che servono dopo tre quarti d ora nn c’è il grana grattugiato lo richiediamo e ce lo serve la ragazza molto ma molto stringato e se lo porta pure via.caffe e niente altro perché dolci zero.tot 75euro per un misero risotto e due caffè !!!mai più tornate e nn ne consigliamo a nessuno.cmq fuori mai nessuno auto parcheggiata ,chissà perché??🤔🤔🤔😋

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