Zio Pesce Milano tra aspettative deluse e sapori disattesi

Un giovedì sera uggioso a Milano, uno di quelli in cui la pioggia disegna arabeschi sul parabrezza e il vento di Porta Romana sembra voler spazzare via i pensieri accumulati in giornata. È in quei momenti che nasce il desiderio di concedersi una pausa, di dimenticare la frenesia lavorativa con un buon bicchiere e un piatto di mare che riporti in tavola il profumo di salsedine. La scelta cade su “Zio Pesce”, non la sede già conosciuta di via Cicco Simonetta, bensì quella di via Maffei, più comoda per il nostro itinerario serale.

Un nome che evocava piacevoli ricordi, un marchio che avevamo già testato con soddisfazione. Eppure, a Milano — città in cui ogni quartiere è una costellazione gastronomica — cambiare civico può significare cambiare destino.

L’arrivo e le prime impressioni

Troviamo parcheggio quasi subito, un lusso da segnare sul calendario. Non solo: di fronte al ristorante c’è persino un parcheggio custodito. Un segnale incoraggiante, ci diciamo, che potrebbe trasformare questo indirizzo in una comoda tappa per le nostre future voglie di pesce. L’ingresso si mostra accogliente, con ampie vetrate che danno respiro all’ambiente: un contrasto netto con la sede “chiusa” di via Cicco Simonetta, che soffre dell’assenza di finestre.

Ma l’incanto dura poco. Veniamo condotti nella sala centrale, quella che sembra il cuore pulsante del locale. Peccato che più che cuore sia un polmone compresso: meno di 35 metri quadrati stipati con quaranta coperti, tavoli appiccicati l’uno all’altro come tessere di un mosaico claustrofobico. Noi abbiamo la fortuna di sederci accanto a una vetrina, dettaglio che regala un minimo di respiro. Ma resta la domanda: perché concentrare tutti i clienti in una stanza, lasciando le altre sale inspiegabilmente vuote?

L’entrée: alici in frittura infelice

Il giovane cameriere, cortese ma visibilmente inesperto, ci porta un entrée omaggio: alici fritte. Gesto gentile, certo, ma il risultato tradisce più distrazione che cura. Doratura eccessiva, punte bruciate, consistenza secca che graffia il palato. In un ristorante che fa del pesce la propria ragione sociale, servire un antipasto così compromesso è più che una caduta di stile: è una dichiarazione di noncuranza. Non rifarle, neppure dopo aver notato l’errore, conferma una filosofia pericolosa: “tanto è gratis”.

Il vino: un Franciacorta Rosé a riscatto

Secchiello del vino con tovagliolo

Decidiamo di consolarci ordinando una bottiglia. La scelta ricade su un Franciacorta Rosé: discreto, dal perlage fine e dal sorso fresco, servito a temperatura corretta. Prezzo abbordabile, ma la cantina non offre molto di più: poche etichette, selezione ridotta, nessun guizzo capace di sorprendere chi ama esplorare abbinamenti più audaci. Non è la bottiglia della vita, ma resta il momento più piacevole della cena. Peccato che il secchiello venga collocato direttamente sul tavolino già ingombro, e senza tovagliolo, trasformando la gestione del vino in una lotta logistica.

Chiediamo la piantana portaseau, ma ci dicono che non ne hanno. Non sorprende: in quella sala non ci sarebbe stato lo spazio per collocarla. Tra noi e la coppia accanto ci sono 40 centimetri: praticamente una convivenza forzata. Risultato? Mani bagnate, tovagliolo improvvisato che più che asciugare rischia di rovesciare bicchieri e bottiglia. Eleganza sacrificata in nome della densità di coperti.

Il menù spiato tra i vicini di tavolo

Sfogliare il menù è un atto di volontà: lo spazio ridotto e le conversazioni altrui diventano colonna sonora inevitabile. La coppia accanto a noi — evidentemente al primo appuntamento, forse nato da una chat — diventa coprotagonista della nostra cena. Lei racconta con entusiasmo del suo lavoro, lui ascolta distratto, più interessato alle ostriche che alla conversazione. Noi, spettatori obbligati, conosciamo già dettagli delle loro vite, al punto da sentirci intrusi in una sceneggiatura sentimentale.

Il disagio cresce: il ristorante dovrebbe essere un luogo di convivialità, non di promiscuità acustica.

Gli antipasti: promesse a metà

Degustazione di tartare

Arrivano gli antipasti.

  • Degustazione di tartare: la materia prima è valida, ma la presentazione rovina tutto. Quattro tartare appoggiate l’una accanto all’altra, senza separatori, con i sapori che si mescolano e si annullano a vicenda. La delicatezza del pesce crudo merita rispetto, non un accostamento casuale.
  • Crocchette al nero di seppia: note gustose, consistenza croccante, ma la frittura è troppo spinta. L’olio, probabilmente già usato per le alici, conferisce un retrogusto stanco.
  • Gamberi in crosta su letto di biete: buona la carne dei crostacei, interessante l’idea di adagiarli sulle biete, ma manca un legante. Una salsa agrumata, una riduzione leggera, qualcosa che armonizzi l’amaro vegetale e la dolcezza marina. Invece, il piatto resta sospeso, incompiuto, come una frase interrotta a metà.

Il polpo croccante: la delusione maggiore

Polpo croccante

Il piatto che attendavamo con più entusiasmo si rivela una delusione memorabile.

Altra sede, altro destino: in via Cicco Simonetta il polpo croccante era una sinfonia perfetta, accompagnato da friggitelli e da una salsa al parmigiano capace di equilibrare amaro e delicatezza. Qui, in via Maffei, tutto cambia. I friggitelli spariscono, sostituiti da peperoni a tocchetti che ricordano più una bollitura che una cottura studiata. La salsa al parmigiano lascia spazio a un’esuberante n’duja, che copre ogni altro sapore con la sua nota piccante e unidimensionale.

E il polpo? Cotto male. Estremità croccanti al punto giusto, cuore centrale gnucco, difficile da masticare. Una cottura così disomogenea tradisce fretta o poca attenzione. È il piatto che più di tutti ci conferma: la materia prima c’è, ma qualcosa va storto in cucina.

I dolci: la resa incondizionata

Cannolo scomposto

Stanchi ma non domi, ordiniamo i dolci.

  • Tiramisù grande: servito in una tazza da cappuccino formato ridotto, con pan di Spagna al posto dei savoiardi. La crema è discreta, ma la struttura del dolce risulta compromessa.
  • Cannolo scomposto: la crema è buona, bilanciata, ma inspiegabilmente accompagnata da tre cannoli. Uno basterebbe; gli altri due, vuoti, restano come gusci senza senso, croccanti ma inutili. Il fritto, ancora una volta, tradisce un olio esausto.

Il colpo di grazia arriva con il digestivo Jefferson: servito su una tovaglia già imbrattata di briciole, con piatti e bicchieri ancora accatastati. Un congedo frettoloso, quasi offensivo.

Tavola non sparecchiata

La vetrina di pesce: povera rispetto all’altra sede

Uno sguardo alla vetrina del pesce conferma un sospetto: rispetto alla sede di via Cicco Simonetta, quella di via Maffei appare meno ricca, meno scenografica. Pochi esemplari in esposizione, scelta ridotta, atmosfera che non trasmette abbondanza né freschezza. La materia prima, lo ripetiamo, è di qualità, ma l’allestimento comunica scarsità. E questo, per un ristorante di pesce, pesa.

Il conto: onesto sulla carta, non nei fatti

Se avessimo mangiato bene, il conto di 159,70 € sarebbe stato tutto sommato proporzionato. Un antipasto, un secondo, dolci e vino in due: cifra giustificabile per Milano e per un ristorante che vuole posizionarsi su una fascia media. Ma così com’è andata, con piatti sbagliati, servizio disattento e ambiente soffocante, la cifra si trasforma in un peso. Il rapporto qualità/prezzo, fiore all’occhiello dell’altra sede, qui evapora.

Il servizio e il titolare invisibile

Durante tutta la serata nessuno ha davvero controllato la sala. I camerieri, giovani e gentili, erano più che altro portavivande. Alla cassa, forse il titolare, ci chiede distrattamente: “Tutto bene?”. Noi rispondiamo un “sì” frettoloso, nascondendo a fatica lo storcimento di naso. Non se ne accorge. Non ci ha osservato durante la cena, non coglie ora il nostro malessere. E questo dice molto: non torneremo.

Il verdetto de “I Cattivi”: ★★

Verdetto de i cattivi
  • Accoglienza: cortese ma improvvisata.
  • Menù: interessante ma incoerente nella realizzazione.
  • Ambiente: rumoroso, privo di intimità.
  • Servizio: giovane, gentile, ma senza guida e senza occhio critico.
  • Piatti: materia prima valida, ma tecnica e abbinamenti carenti.
  • Vino: Franciacorta Rosé discreto, cantina ridotta e poco varia.
  • Conto: 159,70 € non giustificati dall’esperienza.

Le nostre due stelle vanno univocamente alla materia prima, che resiste nonostante tutto, e al giovane cameriere: gentile, sì, ma disattento quanto basta a meritarsi solo un sorriso indulgente.

Consiglio finale: non sbagliate indirizzo!

Chi ha voglia di pesce a Milano e pensa a Zio Pesce farebbe bene a non confondere i due indirizzi. Perché se la sede di via Cicco Simonetta resta un buon compromesso tra qualità e prezzo, quella di via Maffei è stata per noi una sequenza di disattenzioni, piatti deludenti e atmosfera soffocante.

La materia prima c’è, ma qualcosa si inceppa: la cucina non convince, il servizio non regge, l’ambiente non accoglie. E, come ben sappiamo noi de I Cattivi, quando troppe cose vanno storte, la magia svanisce.

Il consiglio è semplice: se volete vivere l’esperienza Zio Pesce, non sbagliate civico. Andate in via Cicco Simonetta, e lasciate perdere via Maffei.

Uscendo, una riflessione condivisa

Varcando la soglia, il fresco della sera ci sembra più rigenerante del tempo trascorso all’interno. Ci scambiamo uno sguardo d’intesa: non torneremo. La delusione ha superato la curiosità, e quel civico di via Maffei resterà, per noi, un ricordo da archiviare. Ripensiamo alla coppia del tavolo accanto: lui, distratto per tutta la cena, le ha proposto di dividere il conto alla romana. Lei accenna un sorriso che sa più di cortesia che di convinzione. E in quell’attimo comprendiamo che probabilmente anche loro non faranno ritorno. Due storie diverse, la nostra e la loro, che si chiudono allo stesso modo: con la promessa silenziosa di non varcare più quella soglia.

Scopri tutti gli articoli della rubrica I Cattivi e continua il viaggio tra sapori, luoghi, racconti di cucina e di vita: https://spazionews24.it/rubrica-de-i-cattivi/

Lascia un commento