L’università telematica è davvero un problema da correggere o una risorsa da governare meglio? La recente discussione sulle modalità di svolgimento degli esami online e sulla possibile restrizione degli esami in remoto riaccende un dibattito che non è soltanto tecnico, ma profondamente culturale e sociale.
Al centro della questione vi è una lettera aperta indirizzata al Ministero dell’Università e della Ricerca e al Ministro Anna Maria Bernini, firmata dalle rappresentanze studentesche delle università telematiche del gruppo Multiversity (Mercatorum, Pegaso, San Raffaele Roma), che merita attenzione e riflessione.
Come si legge nel documento, si tratta di una:
“Didattica in remoto ed esami universitari online: l’ultima occasione per portare innovazione anche nell’università italiana”
Una formula che non ha nulla di polemico, ma molto di programmatico. Non è una difesa corporativa, bensì un invito a non arretrare.
Una riforma che nasce nel nome della qualità
Nella lettera si riconosce con chiarezza che la qualità dell’assessment non è negoziabile. Le linee generali prevedono, come regola, lo svolgimento in presenza delle verifiche e degli esami finali, con eventuali deroghe.
Gli studenti non negano la necessità di standard comuni. Scrivono infatti:
“Comprendiamo la ratio: garantire integrità delle prove, uniformità e credibilità, con controlli adeguati. (…) la qualità dell’assessment non è negoziabile.”
E ancora:
“Il vero obiettivo dovrebbe essere un altro: stessi standard, più accesso.”
È qui il punto nevralgico. Non si chiede meno rigore, ma maggiore inclusione.
Il Paese reale e il diritto allo studio
Dal punto di vista sociologico, il nodo è evidente: chi frequenta oggi le università telematiche?
La lettera parla esplicitamente di studenti lavoratori, caregiver, persone con vincoli familiari, personale della Pubblica Amministrazione, appartenenti alle forze armate e dell’ordine. Per molti di loro, sostengono i firmatari, l’esame online non è una comodità, ma:
“la condizione pratica che rende possibile studiare”
Se si riduce drasticamente questa modalità, si rischia – parole loro – una:
“compressione del diritto allo studio”
Sociologicamente parlando, il rischio è concreto. In un Paese come l’Italia, che già si colloca nelle ultime posizioni europee per numero di laureati tra i 25 e i 34 anni, restringere ulteriormente l’accesso significa colpire la mobilità sociale.
Chi può permettersi di frequentare in presenza senza difficoltà?
Chi può spostarsi, assentarsi dal lavoro, sostenere costi di viaggio e alloggio?
La riforma, pur animata dall’intento di rafforzare la qualità, potrebbe paradossalmente produrre un effetto regressivo: selezionare non in base al merito, ma in base alle condizioni economiche e logistiche.
Università di serie A e di serie B?
Uno dei passaggi più forti della lettera recita:
“Uno studente non è di serie A o di serie B in base alla modalità con cui studia o sostiene una prova (…) conta la serietà del percorso, la qualità della valutazione, la verificabilità degli standard.”
Ed è qui che il dibattito si fa culturale.
In Italia sopravvive ancora un pregiudizio latente: l’università tradizionale come luogo “nobile” e quella telematica come scorciatoia. È uno stereotipo che la pandemia ha incrinato, ma non del tutto demolito.
Eppure l’esperienza pandemica ha dimostrato che la didattica digitale può funzionare. La tecnologia non è di per sé un fattore di decadimento, ma uno strumento. La lettera afferma che non esiste una reale dicotomia tra didattica online e qualità della formazione.
La domanda sociologica è semplice:
la modalità determina davvero la qualità?
O la qualità dipende dal contenuto, dall’impegno, dal sistema di valutazione?
Il merito non si decreta per legge
Conosciamo laureati che hanno frequentato prestigiosi atenei e che, francamente, non si distinguono per competenza o profondità. Così come conosciamo autodidatti che, con disciplina e passione, hanno raggiunto livelli altissimi di preparazione.
Non sarà una norma ministeriale a stabilire chi sia uno studente di serie A o di serie B.
A farlo sarà la vita.
Chi ha appreso emergerà.
Chi si è limitato a superare esami senza interiorizzare conoscenze faticherà, indipendentemente dal luogo o dalla modalità.
Il rischio di questa riforma è di intervenire sulla forma credendo di incidere sulla sostanza. Ma la sostanza – l’apprendimento reale – è un processo complesso, che coinvolge motivazione, metodo, disciplina, capacità critica.
Il Ministro e l’università “classica”

È doveroso, in questo contesto, ricordare chi oggi guida il Ministero dell’Università e della Ricerca.
Anna Maria Bernini, nata a Bologna nel 1965, è una giurista di solida formazione. Laureata con lode in Giurisprudenza presso l’Università di Bologna nel 1991, ha svolto studi anche all’estero, tra cui presso l’Università del Michigan, maturando competenze nel diritto pubblico comparato e nell’arbitrato internazionale. È avvocato cassazionista e professore associato di Istituzioni di Diritto Pubblico Comparato all’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna.
La sua carriera politica è altrettanto strutturata: eletta alla Camera nel 2008, senatrice dal 2013, capogruppo di Forza Italia al Senato dal 2018 al 2022, già Ministro per le Politiche dell’Unione Europea nel 2011, oggi Ministro dell’Università e della Ricerca dal 22 ottobre 2022 nel governo Meloni. Figlia del giurista Giorgio Bernini, anch’egli ministro, proviene da una tradizione accademica e istituzionale di altissimo profilo.
Un curriculum di tutto rispetto, difficilmente contestabile.
Proprio per questo, però, è legittimo domandarsi se un percorso così profondamente radicato nell’università “classica”, in una delle più antiche e prestigiose istituzioni europee, consenta di percepire fino in fondo la realtà delle università telematiche e dei loro studenti.
Non è una questione di competenza – che nessuno mette in dubbio – ma di esperienza diretta. Chi proviene da ambienti accademici tradizionali, da famiglie culturalmente privilegiate, potrebbe faticare a comprendere cosa significhi studiare di notte dopo un turno di lavoro, preparare un esame tra un figlio e l’altro, o inseguire una laurea come strumento di riscatto sociale.
Forse non è disprezzo. Forse è distanza.
Ma la distanza, talvolta, pesa quanto un pregiudizio.
Modernizzare sì, arretrare no
Ben venga un ammodernamento.
Ben vengano:
- alcune lezioni in diretta con maggiore interazione
- un rapporto più costante tra docenti e studenti
- materiali didattici aggiornati e di qualità
- sistemi di controllo evoluti
- verifiche strutturate e trasparenti
L’innovazione deve migliorare la didattica, non restringerla.
Ciò che desta perplessità è l’idea di un ritorno generalizzato alla sola presenza come garanzia assoluta di qualità. La presenza fisica non è sinonimo automatico di rigore.
L’università del XXI secolo dovrebbe essere capace di integrare modelli, non di contrapporli.
Una questione di giustizia sociale
Sociologicamente, la restrizione degli esami online rischia di colpire:
- madri lavoratrici
- professionisti che studiano per migliorare la propria posizione
- dipendenti pubblici che investono nella formazione continua
- persone residenti in aree periferiche
Non tutti hanno la stessa libertà di movimento.
Il diritto allo studio, sancito costituzionalmente, non può diventare un privilegio per chi ha tempo, mezzi e mobilità.
Se l’obiettivo è aumentare il numero di laureati e rafforzare la competitività del Paese, ridurre le opportunità appare una contraddizione.
Il paradosso del controllo
C’è poi un’ultima provocazione che merita spazio.
Se riteniamo che la laurea sia titolo così determinante per l’accesso a funzioni pubbliche e incarichi di governo, perché non pretendere – per chi ci governa – un percorso universitario rigoroso, non telematico ovviamente, magari accompagnato da un esame di Stato?
È una provocazione, certo.
Ma serve a ricordare che il valore di un titolo non sta soltanto nella modalità con cui è stato conseguito, bensì nella responsabilità con cui viene utilizzato.
Innovare senza escludere

La lettera delle rappresentanze studentesche non chiede sconti. Chiede chiarezza, trasparenza e confronto istituzionale.
Chiede che l’innovazione non venga sacrificata sull’altare di un ritorno simbolico alla tradizione.
L’università italiana ha bisogno di rigore, certo.
Ma ha bisogno anche di apertura, di flessibilità, di capacità di leggere il Paese reale.
Non si alza il livello restringendo l’accesso.
Non si migliora la qualità moltiplicando gli ostacoli.
La vera selezione avverrà comunque: nel lavoro, nella competenza, nella capacità di applicare ciò che si è studiato.
E forse la domanda finale non è se l’esame debba essere online o in presenza, ma se l’università italiana voglia essere inclusiva e moderna oppure simbolicamente rassicurante e selettiva per censo.
La risposta, come sempre, non la darà un decreto.
La darà la storia.
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