Ordine pubblico a Torino: quando la piazza diventa campo di battaglia
Ordine pubblico Torino. Partiamo da qui, perché è da qui che bisogna partire. Torino, città simbolo dell’industria, del lavoro e delle grandi trasformazioni sociali italiane, si è ritrovata ancora una volta teatro di una manifestazione degenerata in violenza diffusa. Una piazza che, nelle intenzioni dichiarate, avrebbe dovuto essere “partigiana”, solidale, politica. Nei fatti, si è trasformata in un concentrato di rabbia, devastazione e aggressioni contro chi, per mestiere e per mandato costituzionale, è chiamato a garantire la sicurezza di tutti.
La manifestazione era un coacervo di sigle e parole d’ordine: pro-Askatasuna, pro-Pal, no-ICE, no a tutto ciò che viene percepito come “sistema”, “autorità”, “Stato”. Un contenitore ideologico perfetto per attirare frange antagoniste, anarchiche, insurrezionaliste, antigovernative. Un ottimo espediente, per usare un’espressione brutale ma efficace, per scatenare la furia di chi nella violenza vede non un mezzo estremo, ma un linguaggio ordinario.
Cronaca di una violenza annunciata
La cronaca parla chiaro. Un migliaio di persone – se così possiamo chiamarle – incappucciate, armate di bastoni, martelli, spranghe. Non semplici manifestanti, ma gruppi organizzati, con una struttura, una logistica, una chiara intenzione di scontro. La città messa a ferro e fuoco, vetrine distrutte, arredi urbani divelti, cassonetti incendiati. E soprattutto: numerosi poliziotti feriti, colpiti mentre cercavano di contenere l’assalto.
La Prefettura lo sapeva. L’allarme era stato lanciato. Le forze dell’ordine erano state schierate in assetto antisommossa proprio perché l’epilogo era, purtroppo, facilmente prevedibile. Eppure, come spesso accade, la previsione non ha evitato la violenza, ha solo cercato di limitarne i danni.
Tra i fermati e gli identificati, emerge un dato che dovrebbe far riflettere più di ogni slogan: la presenza di soggetti provenienti dall’estero, molti dalla Francia, inseriti in circuiti transnazionali dell’antagonismo violento. Un fenomeno che non nasce dal nulla e che non riguarda solo Torino, ma attraversa l’Europa.
Askatasuna: simbolo, pretesto, miccia

Il nome Askatasuna torna ciclicamente al centro del dibattito pubblico. Centro sociale storico, simbolo per alcuni di resistenza e antagonismo politico, per altri di illegalità strutturata e sfida permanente alle istituzioni. In questa occasione, più che il luogo in sé, Askatasuna ha funzionato come simbolo aggregante, come parola-totem capace di richiamare mondi diversi uniti non tanto da un progetto politico coerente, quanto da un comune rifiuto dell’autorità.
Ed è qui che il piano politico lascia spazio a quello sociologico.
Da manifestazione a sommossa: una lettura sociologica
Fenomeni come quello torinese non possono essere liquidati con la semplice etichetta di “teppismo”. Sarebbe rassicurante, ma falso. La violenza politica di piazza nasce dall’intreccio di più fattori:
- Crisi di rappresentanza: una parte della popolazione, soprattutto giovane, non si riconosce più nei canali tradizionali della politica.
- Radicalizzazione identitaria: l’appartenenza a un gruppo antagonista diventa identità totale, sostitutiva di altre forme di riconoscimento sociale.
- Narrazione dell’impunità: la percezione – reale o presunta – che la violenza contro lo Stato sia raramente punita in modo esemplare.
- Circolazione transnazionale dei modelli di protesta violenta, importati e replicati.
In questo quadro, la manifestazione non è più uno strumento di partecipazione democratica, ma un rito di scontro, una prova di forza simbolica contro l’ordine costituito.
Il paradosso della “piazza partigiana”
C’è un paradosso che merita di essere sottolineato. Molte di queste manifestazioni si definiscono “partigiane”, evocano la Resistenza, la lotta contro l’oppressione. Ma colpire un agente di polizia in assetto antisommossa, umiliarlo, ferirlo, accerchiarlo, non ha nulla di resistenziale. È, al contrario, l’esercizio di una violenza asimmetrica contro chi è vincolato da regole, codici, protocolli, responsabilità penali e disciplinari.
Lo sfogo di una cittadina

(testo riportato integralmente come citazione)
“Basta violenza, basta ipocrisie”
La furia dei sedicenti “antagonisti, anarchici”
Sono una cittadina. Sono impegnata come volontaria nel sociale, non voto propriamente la destra e ieri sera sono rimasta sconvolta. Guardando le immagini della manifestazione di Torino pro-Askatasuna, sono rimasta letteralmente scioccata.
Ho sofferto per quel poliziotto, offeso, picchiato, umiliato. Mi sono sentita una madre, una sorella, un politico, un capo di Stato, un poliziotto. E voglio dire basta, basta.
Sorge spontanea una domanda: ma se quel poliziotto avesse estratto l’arma? Se quel poliziotto, preso a martellate, sentendosi in pericolo per la sua vita, avesse premuto il grilletto?
Allora la sinistra, la mia amata sinistra, che dopo aver presenziato alla manifestazione – poteva prevedersi facilmente un simile epilogo – ora prende le distanze, avrebbe sostenuto le forze dell’ordine o avrebbe gridato all’eccesso di legittima difesa, all’omicidio?
Da cittadina, ormai non più di destra o di sinistra, ho solo potuto piangere per quel ragazzo e per gli altri che, per difendere noi cittadini e per fare il loro dovere, devono subire tutto questo, anche con la paura di difendersi quando si trovano di fronte uno spacciatore armato.
Da cittadina chiedo alla politica di unirsi perché certi eventi non abbiano a ripetersi. Alla magistratura, che dal suo piedistallo non accetta di mettersi in gioco e teme una riforma, chiedo di punire i delinquenti, ove presi, in modo esemplare.
Alle forze dell’ordine va la mia più ampia gratitudine, perché come paladini senz’armi combattono contro i mulini a vento, mentre i voti si rivelano, ahimè, più importanti della risoluzione dei problemi.
Agli altri cittadini stanchi chiedo, di qualunque fazione essi siano, di unirsi in un abbraccio con chi mette a repentaglio la propria vita per noi.
Uno sfogo che colpisce perché rompe una narrazione comoda: non parla “da destra”, non parla “da sinistra”, ma da cittadina.
Il nodo giuridico: legittima difesa e uso della forza

Dal punto di vista giuridico, il tema è delicatissimo. L’uso della forza da parte delle forze dell’ordine è regolato da norme stringenti, protocolli operativi e, soprattutto, da una costante esposizione al rischio giudiziario.
L’agente che sbaglia – o che viene ritenuto tale a posteriori – rischia:
- procedimenti penali,
- spese legali personali,
- condanne,
- carriere compromesse.
Il delinquente, al contrario, spesso agisce con la percezione – ancora una volta reale o presunta – di avere poco da perdere.
Questo squilibrio produce un effetto paralizzante: la paura di intervenire.
Difendersi come società: prevenzione, politica, responsabilità
Come ci si difende da questi fenomeni? Non con slogan, né con semplificazioni.
Servono:
- prevenzione reale, non solo ordine pubblico emergenziale;
- chiarezza politica, senza ambiguità di piazza e distinguo tardivi;
- certezza della pena, per chi aggredisce, devasta, ferisce;
- tutela giuridica effettiva delle forze dell’ordine, quando agiscono nel rispetto delle regole.
Il dibattito sollevato anche da esponenti sindacali come Pasquale Griesi va esattamente in questa direzione. Le sue parole, riportate anche su testate nazionali, raccontano una realtà che molti fingono di non vedere: agenti che esitano non per codardia, ma per timore delle conseguenze legali.

A questo proposito rimandiamo all’intervento pubblicato dalla FSP Polizia:
https://www.fsp-polizia.it/abbiamo-paura-dintervenire-cosi-rischiamo-spese-e-condanne-pasquale-griesi-su-il-giornale/
Ringraziamento finale: a chi resta, nonostante tutto
Chiudiamo con ciò che spesso manca nel dibattito pubblico: un ringraziamento netto, senza ambiguità, alla Polizia di Stato e a tutte le forze dell’ordine impegnate in queste battaglie impari.
I delinquenti non hanno remore a colpire. Forse perché confidano in una sospetta impunità. Le forze dell’ordine, invece, hanno remore anche quando sarebbero legittimate a usare la forza, persino un semplice manganello. E questo, più di ogni altra cosa, dovrebbe farci riflettere come società.
Difendere chi ci difende non è uno slogan. È un dovere civile.
Se anche tu vuoi dire la tua su questo tema, inviaci il tuo articolo o la tua opinione: saremo felici di leggerla e magari pubblicarla!