Milano, crocevia di cucine e promesse esotiche
Milano è città che si nutre di contaminazioni, non soltanto culturali e artistiche, ma anche gastronomiche. Camminando per le sue strade, lo sguardo incontra insegne che portano il nome di Paesi lontani, promesse di viaggi nel gusto senza dover lasciare la città. È il fascino di una metropoli cosmopolita: ogni quartiere custodisce ristoranti capaci di evocare terre lontane, dall’America Latina al Medio Oriente, dall’Africa all’India.
E proprio l’India, con il suo immaginario fatto di colori, spezie e divinità dal volto molteplice, non poteva mancare nel panorama milanese. Tra i locali che ne raccontano la cucina si distingue Shiva, un ristorante che ostenta con fierezza i bollini delle guide gastronomiche più rinomate: Michelin, Gambero Rosso e altri ancora. Vederli allineati in vetrina crea un’aspettativa quasi inevitabile: quella di un’esperienza memorabile.
Così noi, I Cattivi – come ormai amiamo chiamarci nei nostri itinerari gastronomici – ci siamo lasciati attirare da quei simboli di prestigio, convinti di trovare un angolo autentico d’India nel cuore di Milano.
L’arrivo: il profumo delle spezie
A cinquanta metri dall’ingresso già si percepisce un odore intenso di spezie. È un profumo che colpisce le narici e, complice la fame che ci accompagna, sollecita immediatamente l’appetito. Camminiamo verso la porta con quella sensazione di chi sta per oltrepassare una soglia: non più semplice ristorante, ma luogo d’incontro tra mondi.
La vetrina è un manifesto di successi: bollini colorati, loghi di guide prestigiose, riconoscimenti che sembrano dire “qui si mangia bene, qui si vive un’esperienza”. E noi, che di queste insegne ci fidiamo fin troppo spesso, entriamo con aspettative alte, pronti a lasciarci conquistare.
L’ambiente: caratteristico, ma il tavolo no
Dentro, l’atmosfera è senza dubbio caratteristica. Tende, statue, colori: l’India evocata con cura. Ma al momento dell’assegnazione del tavolo, il primo inciampo. Nonostante i due terzi del locale rimangano vuoti, a noi viene destinato un tavolino piccolo, stretto e in una posizione di passaggio.
Io lo noto subito: c’è un che di stonato in questa scelta. Lui, con il suo consueto pragmatismo, stringe le spalle, ma la verità è che quella prima impressione lascia un velo di delusione. Perché in un ristorante, l’esperienza comincia già dal posto in cui ti fanno sedere.
Il servizio: cortesia sì, ma senza grazia
Chiediamo un consiglio sul menù, curiosi di orientarci tra piatti che non conosciamo a fondo. Ma le risposte del cameriere, seppur cordiale, sono vaghe, poco convincenti. Sorrisi sì, ma senza passione, senza quella scintilla che ti fa percepire l’amore per la cucina.
La birra arriva tiepida, dettaglio che pesa più del dovuto. Non è questione di pignoleria, è che certi particolari fanno la differenza tra un servizio curato e uno semplicemente svolto. Non cerchiamo perfezione maniacale, ma attenzione sì, e qui è mancata.
I piatti: promesse non mantenute
L’attesa è breve, i piatti arrivano. Ci aspettiamo un’esplosione di colori, aromi e sapori, ma ciò che troviamo è una cucina che non conquista. Non c’è nulla di profondamente sbagliato, ma manca l’anima, la forza evocativa che la cucina indiana, quando autentica, sa esprimere.
Io sognavo un viaggio sensoriale, un tuffo negli odori di Nuova Delhi e nei sapori speziati di Mumbai. Lui sperava in un piatto che gli restasse impresso. Entrambi ci siamo ritrovati davanti a portate che non hanno lasciato segno. È questo, forse, l’aspetto più deludente: non l’errore, ma la mancanza di emozione.
Il conto: nella media, ma senza ricordo
A fine pasto il conto non è elevato: possiamo dire “nella media”. Eppure, uscire insoddisfatti dopo una cena, anche se non costosa, è un peccato. Non cerchiamo solo sazietà, cerchiamo esperienza. E l’esperienza, qui, è rimasta incompiuta.
Unica nota grottesca: una reazione allergica improvvisa a uno degli ingredienti mi lascia le labbra gonfie. Niente paura, nulla di grave, ma abbastanza per trasformare l’uscita dal ristorante in una scena da commedia. Lui ride, io un po’ meno: non era certo il ricordo che speravo di portare con me.
I bollini: gloria di un tempo
Mentre varchiamo l’uscita, l’occhio cade di nuovo sui bollini Michelin e Gambero Rosso. Guardandoli meglio, ci accorgiamo che non sono esattamente freschi. Sono testimonianze di un passato forse più brillante, non più attuali. Il dubbio si insinua: la facciata promette molto, ma la sostanza non segue.
Il verdetto dei “I Cattivi”: ★★

Accoglienza: insufficiente
Menù: sufficiente
Ambiente: caratteristico
Servizio: appena sufficiente
Piatti: non all’altezza
Prezzi: nella media
Nota di colore: la risposta del proprietario
A completare il quadro, ecco la risposta che il proprietario ha lasciato alla recensione Google fedele a questa, tre anni fa: “È evidente che non vi siete trovati bene. D’altra parte Nomen Omen! Dunque… a non più rivederci!”.
Una chiosa che ci ha colpiti. Perché se da un lato il tono appare risentito, quasi tagliente, dall’altro non possiamo negare che vi sia una certa arguzia, un lampo di ironia che merita di essere riconosciuto. È raro che un ristoratore scelga di replicare in maniera così diretta e senza filtri: in un mondo dove le risposte sono spesso zuccherate e convenzionali, questa spicca per schiettezza.
Noi, che di ironia viviamo, l’abbiamo apprezzata, seppur con sorpresa. Almeno un sorriso lo ha strappato: paradossalmente, il ricordo più vivido della serata non sono i piatti, ma proprio la replica del proprietario. Un epilogo inaspettato che ha salvato, almeno in parte, il gusto della serata.
Uno sguardo più ampio: cucina indiana a Milano
Vale la pena però allargare lo sguardo. Milano ospita numerosi ristoranti indiani, alcuni storici, altri di nuova apertura, che raccontano con maggiore fedeltà la ricchezza gastronomica del subcontinente.
Dai curry speziati ai piatti vegetariani della tradizione, dai pani soffici come il naan alle versioni più ricercate di biryani e tandoori, la città offre alternative capaci di soddisfare curiosità e palati esigenti. In molti casi la differenza sta proprio nella passione con cui i ristoratori trasmettono la loro cultura: non basta cucinare, occorre raccontare.
Ed è questo che, a nostro avviso, è mancato da Shiva: il racconto. Non bastano spezie e colori, serve un’anima capace di coinvolgere.
Bollini e riconoscimenti: il peso della reputazione
Il tema dei bollini gastronomici merita una riflessione. Quanti ristoranti vivono ancora di riconoscimenti datati, che un tempo furono meritati ma che oggi rischiano di diventare solo ornamenti? La reputazione è importante, ma va nutrita e confermata ogni giorno, piatto dopo piatto.
Noi, in fondo, non cerchiamo il blasone: cerchiamo la sostanza. E quando tra promessa e realtà si apre un divario troppo grande, il giudizio non può che risentirne.
Un invito al ritorno

Nonostante le ombre della nostra esperienza dalla quale sono trascorsi tre anni, non escludiamo di tornare da Shiva, forse proprio per la curiosità di ricrederci e, perché no, per l’arguzia dimostrata dal proprietario nella sua risposta, che ci ha lasciato il sorriso sulle labbra. È giusto dare una seconda possibilità a chi ha saputo distinguersi per carattere, e invitiamo anche voi a farvi la vostra idea, provando di persona l’esperienza del locale. Per maggiori informazioni potete visitare il sito ufficiale: Ristorante Shiva.
Per chi vuole approfondire
Milano resta comunque un terreno fertile per scoprire nuove cucine e sapori. E anche le delusioni, come questa, fanno parte del percorso: aiutano a distinguere chi ancora investe in autenticità da chi si limita a vivere di ricordi.
Per chi volesse approfondire itinerari gastronomici nella capitale lombarda e scoprire i mille volti di questa città caleidoscopica, consiglio una visita al sito ufficiale del turismo del Comune di Milano: Turismo Milano.
Scopri tutti gli articoli della rubrica “I Cattivi” e continua il viaggio tra sapori, luoghi, racconti di cucina e di vita: https://spazionews24.it/rubrica-de-i-cattivi/