Un locale nato dal cuore campano
Il Pupirichiello non è un ristorante come gli altri, e già il nome lo tradisce: pare una carezza, un vezzeggiativo da nonna sorrentina, e invece è un’insegna che ormai a Milano conoscono bene. Tutto nasce con papà Peppino, che dalla Campania porta su il bagaglio di una cucina autentica, fatta di sapori forti e racconti altrettanto robusti. Con lui Lady Linda, signora inglese dal tocco elegante, che ne ha reso più internazionale l’impronta.
Il locale apre negli anni Ottanta e diventa presto un punto di riferimento del quartiere. Poi tocca ai figli: uno gestisce sala e cassa, l’altro, Salvatore detto “Pupi”, si lancia in cucina con entusiasmo quasi teatrale. È lui il protagonista della seconda vita del Pupirichiello, quella fatta di social, di video virali e soprattutto di montagne di tartufo grattato come coriandoli a carnevale.
La famiglia ci mette cuore, passione e, ammettiamolo, una buona dose di testardaggine. Perché Pupirichiello non è un posto che si adegua ai gusti dei clienti: è un palco, e quando sei seduto lì non sei solo un commensale, sei parte dello spettacolo.
La parentesi televisiva
Non poteva mancare il capitolo televisivo: Cucine da Incubo. Nel 2017 Antonino Cannavacciuolo approda al Pupirichiello per mettere pace tra padre e figlio. Da un lato la tradizione di Peppino, con la pasta e fagioli e i piatti che odorano di casa. Dall’altro Pupi, con la sua voglia di stupire: tagliatelle all’aragosta e mirtilli, tartare condite come quadri moderni, crudi presentati come reliquie.
Cannavacciuolo prova a far convivere le due anime, ma si capisce subito che il Pupirichiello non è un locale da addomesticare. È troppo personale, troppo radicato nel quartiere, troppo libero per uniformarsi a una linea. È caos creativo, e in fondo è anche questo che lo rende memorabile.
La scena secondo i Cattivi

Noi Cattivi, che ci aggiriamo nei locali come segugi del gusto e della contraddizione, da Pupirichiello ci siamo passati più di una volta. Non è stata la classica cena: è stata un’avventura, di quelle che non sai mai se finiranno con applausi o fischi.
Siamo entrati accolti da quell’atmosfera a metà tra la trattoria di quartiere e il palcoscenico teatrale. Tavoli pieni, clienti affezionati, chi viene per la pizza e chi per il rito del tartufo. E poi lui, Pupi, che gira tra i tavoli come un moderno cantastorie. Non presenta piatti, racconta fiabe: i pesci massaggiati per diventare più teneri, le capesante pescate a mano, le galline Parisi nutrite con chissà quali mangimi aristocratici, il formaggio allo zafferano unico al mondo. Ti ritrovi a sorridere: non importa se sia tutto vero, conta il candore con cui lo racconta.
Le nostre domande (e la favola dell’imperatore)
E mentre lo ascoltiamo, inevitabilmente ci sorgono delle domande: da quale paese arriverà mai tutto questo tartufo che cade a cascata senza la minima parsimonia? Crederà davvero che di forme di formaggio allo zafferano ne esistano solo venti in tutto il mondo, come reliquie segrete? E i branzini, poverini, saranno davvero massaggiati con cura per non soffrire prima di finire in padella? Noi lo guardiamo, a metà tra l’incantato e l’incredulo, chiedendoci se stia recitando o se ci creda fino in fondo.
La verità è che sembrerebbe proprio di sì. Se un giorno ci trasformassimo in rappresentanti di cibo, siamo certi che Pupi sarebbe il nostro miglior cliente: si berrebbe ogni racconto con l’entusiasmo di chi scopre un tesoro. È la stessa innocenza con cui i cortigiani dell’imperatore applaudivano i suoi abiti invisibili nella celebre fiaba I vestiti nuovi dell’imperatore di Andersen (leggi qui la favola completa). Forse nessuno ci crede fino in fondo, ma tutti si divertono a sentirla. Ed è per questo che apprezziamo le sue storie: perché sono esagerate, incredibili, eppure raccontate con la grazia di chi riesce a trasformare un piatto in una fiaba.
I piatti da ricordare

C’è da dire che quando Pupirichiello colpisce, lo fa con grazia.
La tartare di tonno arriva su un tagliere di pietra lavica, scenografica come un quadro. I colori si rincorrono tra agrumi, mentuccia e quella salsa rossa alla senape che brilla come un tramonto. Peccato solo che a volte la menta, così generosa, finisca per coprire il pesce. E che il colore del tonno, non sempre vivido, tolga un po’ di magia al quadro. Ma resta un piatto da applauso.
La tartare di fassona è invece un colpo di genio. Carne viva e vibrante, condita con uova Parisi, senape e una pioggia di tartufo che non finisce più. Qui la sostanza vince sulla forma. L’unico consiglio? Lasciare un po’ di carne nuda, senza coprirla tutta di salsa, perché quel rosso merita di essere visto.
Indimenticabili i tagliolini al gambero blu, equilibrati e sorprendenti, una carezza di mare che incontra la mano sicura del cuoco. Ottime anche le insalate di porcini, abbondanti e profumate, le capesante con tartufo e le ostriche mignon del Goro. Tutto condito, ça va sans dire, da una nuova favola di Pupi, che ti porta in un mondo dove persino un agnellino viene rassicurato prima di finire in padella.
Gli inciampi che bruciano
Ma non tutto fila sempre liscio. A volte Pupirichiello inciampa, e quando lo fa, l’effetto è fragoroso.
Come quella volta del filetto da 25 euro, ordinato al sangue. Arriva con tanto di tartufo bianco da 70 euro, pesato col bilancino come fosse oro. Peccato che uno dei due fosse ben cotto, l’altro addirittura stracotto. Risultato: un piatto lasciato intatto, tanto pane e tartufo a consolare la delusione, e il conto presentato senza batter ciglio.
O ancora, la tartare di fassona in versione ridotta, porzione da 80 grammi invece dei consueti 160. Alle nostre obiezioni, la risposta fu geniale nella sua comicità: “È più compatta.” Prezzo invariato, naturalmente.
E come dimenticare il gambero avariato? Un solo esemplare, ma sufficiente a guastare l’idillio. Lo segnaliamo con discrezione, senza clamori. Risposta: “Non è possibile, ho la fattura!” Già, ma la fattura non profuma di mare fresco…
Ecco, sono questi episodi che lasciano un retrogusto amaro. Perché sbagliare capita a tutti, ma ammetterlo e rimediare fa la differenza tra un inciampo e un disastro.
Pupirichiello oggi
Nonostante tutto, Pupirichiello resta un luogo unico. È il ristorante di quartiere che diventa fenomeno social, il posto dove il tartufo scende a fiocchi, dove le storie si intrecciano con i piatti, dove non sai mai se stai vivendo un’esperienza gourmet o un episodio teatrale.
La clientela è varia: affezionati storici che vengono da decenni, giovani attratti dalle grattate virali, famiglie che trovano ancora il calore della cucina campana. È un locale che non si prende troppo sul serio, e forse è proprio questo il suo segreto.
Verdetto de “I Cattivi”: ★★★

Accoglienza: calorosa, teatrale, a volte un po’ invadente. Ma è impossibile non sorridere di fronte all’entusiasmo della famiglia.
Menù: creativo, abbondante, un po’ schizofrenico. Tra tradizione campana e voli pindarici, trovi tanto da amare e qualcosa da discutere.
Ambiente: popolare, vivace, rumoroso quanto basta. Non è fine dining, ma un salotto di quartiere con il volume al massimo.
Servizio: simpatico, ma disordinato. A volte lento, altre distratto. E quando c’è un problema, la difesa è più pronta della soluzione.
Piatti: grandi successi come le tartare e i tagliolini al gambero blu, ma anche scivoloni che stonano. La materia prima c’è, l’estro pure: serve solo più costanza.
Prezzi: aumentati, certo, ma ancora in linea con l’offerta. Il problema non è quanto si paga, ma se quel che arriva in tavola mantiene la promessa.
Conclusioni
Pupirichiello è più di un ristorante: è una storia di famiglia, un teatro gastronomico, un rito che mescola Campania e Milano, tradizione e social, realtà e leggenda.
I Cattivi lo premiano con tre stelle. Non è una bocciatura, ma un incoraggiamento. Perché il potenziale è enorme: la fantasia c’è, la clientela pure, manca solo quel filo di attenzione in più che trasformerebbe ogni visita in un trionfo.
Alla fine, uscire dal Pupirichiello significa portarsi dietro una risata, un aneddoto e il profumo del tartufo che ti seguirà fino a casa. È un locale che divide, ma che lascia sempre un segno. E noi, da Cattivi, non possiamo che tifare: fate in modo che la prossima volta siano quattro stelle.
Per chi volesse vivere in prima persona questo teatro del gusto, tra tartufi, racconti e sorrisi, il palcoscenico è sempre aperto: Pupirichiello.
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