Pesce e Farina Trezzano: pomodorini e amaro fantasma

Pesce e Farina Trezzano entra nella nostra domenica quasi per caso. Ed è già una notizia, perché la domenica, per noi, non è esattamente quel giorno della settimana fatto di colazioni lente, giornali sfogliati sul divano e pranzi in famiglia. Solitamente si lavora. Questa volta, invece, accade l’eccezionale: possiamo permetterci il lusso di non fare praticamente nulla.

Sonnecchiamo nel letto fino a un orario imbarazzante e quando finalmente mettiamo piede fuori di casa sono già le dodici.

Colazione o pranzo?

Pranzo o colazione?

A quell’ora il cappuccino comincia a sembrare fuori luogo e una carbonara ancora prematura. Decidiamo quindi che sarà pranzo, ma con una condizione: provare qualcosa di nuovo.

La scelta cade su Pesce e Farina Trezzano, un ristorante davanti al quale siamo passati innumerevoli volte senza quasi accorgercene. Scopriremo anche il perché: l’insegna è in parte nascosta dagli alberi. Una sorta di ristorante mimetico, insomma. C’era sempre stato, eravamo noi a non averlo visto.

E forse era arrivato il momento di rimediare.

Pesce e Farina Trezzano: il mare dietro gli alberi

Entriamo senza prenotazione e chiediamo se sia possibile pranzare.

Il locale è abbastanza pieno e ci viene assegnato un tavolo centrale, non particolarmente grande. Avremmo preferito una posizione un po’ più defilata e qualche centimetro in più a disposizione, ma siamo arrivati all’improvviso di domenica e senza aver prenotato: ringraziamo e ci accomodiamo.

L’impressione iniziale di Pesce e Farina Trezzano è comunque piacevole.

Il mare viene evocato immediatamente, senza bisogno di reti da pesca appese al soffitto, timoni alle pareti o camerieri vestiti da marinai. Basta la vetrina con il pescato, che introduce subito alla filosofia della cucina, mentre l’arredamento volutamente rustico, giocato su tonalità pastello, alleggerisce l’ambiente e gli conferisce un’aria informale ma curata.

Non siamo in un ristorante ingessato e nemmeno nella classica trattoria di pesce. Il locale cerca una propria identità e, almeno visivamente, riesce a trovarla.

Apriamo il menù.

Ed è uno di quei menù pericolosi.

Pericolosi perché si parte dicendo “prendiamo due cose” e cinque minuti dopo il cameriere sta ancora annotando.

Il tavolino che cambia il pranzo

Tavolo imbandito

Prima ancora che inizino ad arrivare i piatti, arriva una piccola attenzione che merita di essere raccontata.

Il ragazzo che ci ha accolti prende l’ordine, guarda il nostro tavolo, guarda probabilmente quello che abbiamo appena ordinato e deve fare rapidamente un calcolo geometrico.

Non ci starebbe nulla.

Decide così, senza che fossimo noi a chiederlo, di affiancarci un secondo tavolino.

Può sembrare un dettaglio. Non lo è.

Sono proprio queste attenzioni a distinguere un servizio eseguito meccanicamente da un servizio in cui qualcuno osserva davvero il cliente. E noi lo apprezziamo moltissimo.

Per tutta la prima parte del pranzo sarà lui a seguirci con modi cordiali, attenti e mai invadenti. Presente quando serve, invisibile quando non serve.

Esattamente come dovrebbe essere.

Ostriche e tartare: l’inizio del pranzo

Partiamo con una mezza dozzina di ostriche Fines de Claire, €18.

Si presentano correttamente, fresche e ben servite. Non ci regalano quel momento di silenzio mistico che alcune ostriche riescono a provocare, ma fanno dignitosamente il loro lavoro.

Le definiamo senza lode e senza infamia, soprattutto rapportandole al prezzo.

Non è una bocciatura. È semplicemente uno di quei piatti che, una volta terminati, non lasciano un ricordo particolare. Se tornassimo domani a Pesce e Farina Trezzano, probabilmente esploreremmo altro dalla proposta dei crudi.

Molto meglio le due tartare.

Tartare di gamberi e avocado

La tartare di gamberi e avocado (€15) gioca su un abbinamento ormai consolidato, ma proprio per questo non semplicissimo: quando gli ingredienti sono pochi, non ci si può nascondere dietro a nulla.

Il gambero ha una buona qualità, consistenza delicata e dolcezza naturale. L’avocado accompagna senza coprirlo, aggiungendo cremosità e rotondità.

Il condimento è ben calibrato.

Non troviamo quella fastidiosa sensazione di ingredienti semplicemente sovrapposti: qui sono amalgamati, dialogano fra loro e il risultato è equilibrato.

Tartare di salmone, fichi e caviale di pompelmo rosa

Più curiosa la tartare di salmone con fichi e caviale di pompelmo rosa, anch’essa a €15.

Qui il piatto cerca qualcosa in più.

Il salmone porta la sua componente grassa e morbida, il fico introduce dolcezza mentre il pompelmo interviene con la sua acidità e quella lieve nota amaricante che evita al boccone di diventare stucchevole.

Un gioco più articolato rispetto alla tartare di gamberi.

Anche in questo caso la materia prima ci sembra buona e, soprattutto, il piatto è pensato come un insieme e non come un elenco di ingredienti da menù.

Il pranzo di Pesce e Farina Trezzano comincia quindi a prendere una direzione interessante.

Calamaretti spillo e polpo: croccantezza contro morbidezza

calamaretti spillo

Proseguiamo con i calamaretti spillo “sale e pepe”, €15.

Quando arrivano li guardiamo.

Sono un po’ pallidi.

La vista suggerirebbe forse una maggiore doratura, quella tonalità che istintivamente associamo alla frittura perfetta. Il primo boccone, però, ridimensiona immediatamente il dubbio.

Sono croccanti.

E soprattutto non hanno quella sgradevole nota amarognola che talvolta accompagna calamaretti troppo cotti o una frittura mal gestita.

Asciutti, piacevoli, facili da mangiare.

Forse non vinceranno il premio per il calamaretto più fotogenico dell’anno, ma preferiamo mille volte un calamaretto pallido e ben fritto a uno color bronzo che sappia di olio.

Polpo laccato alla barbecue e avocado spicy

Arriva poi il polpo laccato alla barbecue con crema di avocado spicy, €16.

Qui Pesce e Farina Trezzano si muove su un terreno contemporaneo, abbinando alla consistenza carnosa del polpo una componente affumicata e dolciastra data dalla laccatura, contrastata dalla crema di avocado leggermente piccante.

La cottura è buona.

Ed è proprio la cottura, con il polpo, a decidere quasi tutto. Troppo poco e sembra di affrontare un combattimento personale con ogni tentacolo. Troppo e perde consistenza.

Qui rimane morbido ma ancora riconoscibile al morso.

La salsa barbecue tuttavia continuiamo a preferirla su una costina texana, mentre l’avocado rende il boccone più morbido e lega l’insieme.

Ad accompagnare il pranzo scegliamo una bottiglia di Altemasi, discreta e piacevole, che con crudi, frittura e pesce svolge onestamente il proprio compito.

E noi continuiamo.

Perché evidentemente quella mattina avevamo saltato la colazione per una ragione.

Tonno scottato: un secondo ben costruito

Tonno scottato

Per i secondi scegliamo il tonno scottato con panatura aromatica, pesto di rucola, pesca, jalapeño e sorbetto all’uva, €24.

Sulla carta c’è parecchia roba.

Ed è proprio con questi piatti che il confine tra creatività e confusione può diventare sottile.

Qui, fortunatamente, il risultato rimane dalla parte giusta.

Il tonno è discreto, correttamente scottato e ben presentato. La panatura aromatica aggiunge consistenza, il pesto di rucola porta una componente vegetale leggermente amarognola, la pesca introduce dolcezza mentre il jalapeño aggiunge una piccola vibrazione piccante.

Poi c’è il sorbetto all’uva, elemento più insolito, che contribuisce a rinfrescare il boccone.

È una portata curata, colorata, moderna e coerente con quella che ci sembra essere l’idea di cucina di Pesce e Farina Trezzano: partire dal pesce e costruirgli attorno qualcosa che lo renda meno prevedibile.

Baccalà CBT: bello, morbido, ma gli manca qualcosa

Baccalà

Più controverso il baccalà “CBT”, cotto quindi a bassa temperatura, servito con riduzione di Gattinara e cannella, panatura aromatica e anguria grigliata, €23.

Partiamo da ciò che funziona.

La cottura è indubbiamente buona.

Il pesce è morbido, le fibre si separano correttamente e la consistenza dimostra attenzione nella preparazione.

Rimane però ancora un tantino salato.

Nulla di drammatico, considerando che stiamo parlando di baccalà, ma abbastanza da farsi notare.

Ci manca soprattutto una vera componente cremosa o una salsa di accompagnamento capace di smorzare quella sensazione un po’ asciutta, quasi stopposa, che il baccalà può lasciare in bocca anche quando è stato tecnicamente cotto bene.

La riduzione non riesce, da sola, a svolgere completamente questa funzione.

Poi arriva l’anguria grigliata.

Bella.

Colorata.

Scenografica.

E per quanto ci riguarda potrebbe tranquillamente aver continuato la propria esistenza da qualche altra parte.

La griglia non le giova affatto. Rimane solo una nota cromatica e rimane nel piatto!

Forse siamo noi a non averne compreso la profondità filosofica.

Nel complesso il baccalà di Pesce e Farina Trezzano non è un cattivo piatto, tutt’altro, ma è quello sul quale vediamo maggiore spazio di miglioramento.

I dolci: non rivoluzionari, ma piacevoli

Tortino

A questo punto potremmo fermarci.

Potremmo.

Ordiniamo invece due dolci.

Una crostatina di frolla con chantilly, pesche e trucioli di cioccolato, €7, e un gelato artigianale al pistacchio salato, sempre €7.

La sensazione è che i dessert non siano necessariamente il centro della proposta del ristorante e non ci sembrano prodotti direttamente dalla cucina, ma il livello rimane buono.

La crostatina è piacevole, con la friabilità della base, la morbidezza della chantilly e la freschezza della pesca. I trucioli di cioccolato aggiungono la componente più golosa senza appesantirla eccessivamente.

gelato al pistacchio

Il gelato al pistacchio salato va sul sicuro.

Cremoso, intenso quanto basta e con la componente sapida che aiuta a limitare la dolcezza.

Nessuno dei due dessert ci fa gridare al miracolo, ma entrambi chiudono bene il pasto.

O almeno noi pensavamo che il pasto fosse finito.

Perché a quel punto entrano in scena i pomodorini.

Il misterioso caso dei pomodorini

Dietro di noi siede una coppia.

Avevamo già notato il loro bel piatto di cruditè e successivamente li vediamo ordinare quella che sembra essere una specialità piuttosto richiesta del locale: la Chitarra “Pesce & Farina”.

Non sono gli unici a sceglierla. Durante il pranzo ne vediamo passare parecchie e ci annotiamo mentalmente che potrebbe essere una buona ragione per tornare.

Poi succede qualcosa.

La ragazza della coppia chiama il personale.

C’è un problema con i pomodorini.

Non sono buoni.

O meglio: quelli presenti nella sua Chitarra non sono buoni.

Quelli del piatto del suo commensale, invece, sì.

Segue un ragionamento gastronomico che raggiunge rapidamente livelli ai quali noi non eravamo preparati.

Lei non riesce esattamente a spiegare cosa abbiano questi pomodorini, ma è certa che i suoi siano diversi. Decide quindi di scambiare il piatto con il compagno perché, testualmente, “tanto lui si mangia tutto!”.

Lui, apparentemente promosso a unità mobile per lo smaltimento dei pomodorini difettosi, accetta il proprio destino.

Comincia un andirivieni tra tavolo, camerieri e cucina.

Il cuoco pare perplesso.

E lo comprendiamo.

Perché, a quanto pare, erano gli stessi identici pomodorini.

Il mistero rimarrà irrisolto.

Quando i pomodorini fanno sparire anche il nostro amaro

Nel frattempo il ristorante si è progressivamente svuotato.

Sono rimasti pochi tavoli.

E accade una cosa curiosa.

Noi, che per quasi tutto il pranzo eravamo stati seguiti con attenzione, improvvisamente scompariamo dai radar.

Tra tavoli da sparecchiare e diplomazia internazionale necessaria a risolvere la crisi dei pomodorini, nessuno passa più da noi.

Aspettiamo.

Avremmo voglia di un amaro.

Aspettiamo ancora.

Niente.

Il nostro bravo cameriere sembra impegnato altrove e noi lentamente comprendiamo che quell’amaro, se davvero lo vogliamo, dovremo andarcelo a cercare.

Decidiamo quindi di alzarci e prenderlo direttamente al banco.

O almeno questa sarebbe l’idea.

Perché intanto vediamo che alla coppia dei pomodorini l’amaro viene offerto.

Forse è una prassi abituale del locale, pensiamo. Magari viene offerto a tutti alla cassa.

Ci avviciniamo quindi fiduciosi.

Ingenui.

«Sono 171 euro. Precisi, precisi»

Al momento di pagare il nostro cameriere non c’è.

Ci serve una ragazza che fino a quel momento aveva avuto con noi pochissime interazioni.

Accanto a lei c’è quello che evidentemente è il proprietario e anche suo padre.

A un certo punto lui ci guarda e, con il comprensibile orgoglio paterno, ci domanda:

“Vero che è davvero brava questa ragazza? È mia figlia!”

Noi sorridiamo e annuiamo.

Più sulla fiducia che sulla base di prove empiriche, a dire il vero, perché con noi la ragazza praticamente non aveva interagito.

Lei, serissima, arriva invece immediatamente al punto:

“Sono 171 euro”. Precisi, precisi. Non uno di meno!

Paghiamo.

Guardiamo lei.

Guardiamo il papà.

Guardiamo nuovamente lei.

Forse ci sfugge qualcosa.

Niente.

Dell’amaro nessuna traccia.

Ci vergogniamo persino un po’ a chiederlo.

E pensare che non pretendevamo affatto che ci venisse offerto: lo avremmo tranquillamente pagato se, negli ultimi venti minuti, qualcuno si fosse semplicemente ricordato della nostra esistenza.

E allora, caro papà, dobbiamo correggere leggermente il giudizio.

Con noi la tua bambina non è stata poi così brava.

Almeno non quanto il ragazzo che ci aveva seguiti per quasi tutto il pranzo.

Il verdetto de “I Cattivi”: ★★★

Accoglienza: ★★★★
Arriviamo senza prenotazione in una domenica con il locale già piuttosto pieno e troviamo comunque posto. Molto apprezzata l’attenzione del cameriere che, vedendo le dimensioni del tavolo e il nostro ordine, ci affianca spontaneamente un secondo tavolino.

Servizio: ★★★
Quattro stelle fino quasi alla fine, poi l’improvvisa sparizione dai radar. Il ragazzo che ci segue è cordiale, attento e professionale; gli ultimi venti minuti, invece, diventano un piccolo deserto operativo. L’amaro fantasma costa una stella.

Cucina: ★★★★
Materia prima buona, tartare convincenti, calamaretti ben fritti, polpo riuscito e tonno interessante. Meno centrato il baccalà, soprattutto per sapidità e accompagnamento, con l’anguria grigliata relegata al ruolo di arredamento commestibile.

Atmosfera: ★★★
Ambiente gradevole, volutamente rustico, tinte pastello e vetrina del pescato che mette subito il mare al centro della scena. Informale ma curato.

Rapporto qualità-prezzo: ★★★★
171 euro in due con ostriche, due tartare, due antipasti caldi, due secondi, due dessert e una bottiglia di vino. Considerando quantità, qualità del pesce e numero delle portate, ci sembra un conto complessivamente corretto.

Tre stelle meritate.

Non tre stelle di cortesia e nemmeno tre stelle che nascondano una bocciatura.

Pesce e Farina Trezzano è un locale nel quale abbiamo mangiato bene e nel quale torneremmo volentieri. La materia prima c’è, il menù ha idee interessanti, diversi piatti sono ben costruiti e i prezzi ci sembrano coerenti con quanto arriva al tavolo.

La quarta stella, però, deve ancora essere guadagnata.

Servono qualche rifinitura in cucina, maggiore continuità nel servizio fino all’ultimo minuto e magari una salsa in più accanto al baccalà.

L’anguria alla griglia possiamo anche lasciarla riposare.

Pesce e Farina Trezzano: torneremo, ma preparate i pomodorini

Alla fine la domanda che conta è sempre una sola: torneremmo?

Sì.

E questo, al di là delle stelle, dice parecchio.

Torneremo a Pesce e Farina Trezzano perché il pesce è buono, perché ci sono diversi piatti che non abbiamo provato e perché quella Chitarra vista passare ripetutamente davanti al nostro tavolo continua a incuriosirci.

Torneremo perché il nostro pranzo, al netto di qualche imperfezione, è stato piacevole.

Torneremo perché tre stelle, quando sono meritate, non significano “state lontani”. Significano esattamente il contrario: qui c’è una buona base e c’è lo spazio concreto per arrivare a quattro.

Quindi il nostro invito è di provarlo, ordinare ciò che più vi incuriosisce e farvi una vostra idea.

Noi abbiamo già individuato la strategia per la prossima visita.

Chiederemo la Chitarra.

Poi fisseremo attentamente i pomodorini.

Uno per uno.

E se anche uno soltanto dovesse guardarci male, sapremo perfettamente cosa fare.

Ci lamenteremo.

Magari così, finalmente, riusciremo anche a bere quell’amaro.

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