Osteria dal Cornuto sui Navigli: Roma scivola sul pavé

Osteria dal Cornuto.


La cucina romana sui Navigli, quella vera, ruvida, godereccia, capace di scaldare anche le serate più uggiose. O almeno così dovrebbe essere.

Lunedì sera, dicembre che fa dicembre: freddo umido, cielo basso, quella Milano che si rifugia nei Navigli come in un rituale collettivo. Le luci si riflettono sull’acqua scura, i locali sono vivi ma non caotici, l’aria è quella giusta per una cena che promette conforto. Camminiamo senza fretta, sbirciamo menù esposti, cerchiamo un’ispirazione più che un indirizzo preciso. Poi l’insegna: “Osteria dal Cornuto”. Nome che incuriosisce, strappa un mezzo sorriso. Uno sguardo al menù: cucina romana. Deciso. Entriamo.

Da qui inizia una serata che, come certi amori travolgenti, parte bene e poi inciampa rovinosamente… sulle posate.

Accoglienza: sorrisi sinceri ma tavoli sacrificati

L’ingresso è cordiale. Ad accoglierci c’è quello che immaginiamo essere il proprietario: sorridente, alla mano, tono romano giusto quanto basta per risultare autentico e non caricaturale. Ci accompagna in sala e qui arriva il primo inciampo.

I tavolini da due sono tutti piccoli, centrali e sacrificati. Uno proprio all’ingresso della sala, uno davanti alla porta della cucina, uno affiancato alla parete. Scegliamo quest’ultimo, salvo scoprire poco dopo che è adiacente al bagno, epicentro di un via vai continuo che accompagnerà l’intera cena.

La nota stonata non è tanto la vicinanza al bagno in sé – capita – quanto il fatto che circa metà del locale sia vuoto. Con un po’ di attenzione in più, e un minimo di cura per l’esperienza del cliente, un tavolo leggermente più ampio e defilato si sarebbe potuto concedere. Nulla di drammatico, certo, ma è da questi dettagli che si capisce se un ristorante vuole davvero coccolare o semplicemente riempire.

Il locale, va detto, è caratteristico. Richiami romani, atmosfera da osteria moderna, colori caldi. Ma i tavoli sono molto ravvicinati, tanto che viene quasi nostalgia dell’epoca del “distanziamento”, quando almeno si poteva parlare a bassa voce senza condividere la conversazione con i vicini.

Il menù: Roma c’è, sulla carta

Maritozzo vaccinara e pecorino

Il menù è invitante. Pochi fronzoli, piatti iconici della tradizione romana, qualche guizzo interessante. Si percepisce l’intenzione di fare una cucina autentica, senza troppe reinterpretazioni creative. Bene così.

Ordiniamo:

  • Carciofi alla romana
  • Uova al tartufo
  • Maritozzo salato con coda alla vaccinara
  • A seguire: saltimbocca alla romana e polpette al sugo

Da bere, una bottiglia di Syrah, scelta sensata: vino caldo, speziato, con quella rotondità che accompagna bene una cucina ricca di intingoli e sapidità.

Il servizio impiega un po’ ad arrivare, ma il locale non è pieno e non abbiamo fretta. Il vino scorre, osserviamo la sala, il pubblico è vario: coppie e piccoli gruppi.

Antipasti: contrasti evidenti su un tavolo troppo piccolo

Uova al tartufo

Gli antipasti arrivano… e faticano fisicamente a stare sul tavolo. Piatti che si accavallano, bicchieri spostati, bottiglia che cerca un angolo di equilibrio. Nulla di tragico, ma la sensazione è quella di una tavola compressa, poco elegante.

Il carciofo alla romana è senza dubbio il piatto migliore della serata. Tenero, ben condito, profumato, con quella giusta nota erbacea e un olio di buona qualità. Qui Roma si sente, eccome.

Le uova al tartufo arrivano con abbondante tartufo grattugiato. Peccato che il profumo sia piuttosto timido. Visivamente promettono molto, ma al palato il tartufo risulta più scenografico che protagonista. Il piatto resta piacevole, ma manca quel colpo di naso che dovrebbe precedere il primo assaggio.

Il maritozzo salato con coda alla vaccinara è corretto, ma non memorabile. La coda è ben cotta, morbida, ma il rapporto pane-ripieno non convince del tutto. Sufficiente, senza entusiasmare.

Il servizio: la caduta delle posate

Fin qui, una cena con qualche sbavatura ma ancora perfettamente recuperabile. Poi arriva il momento spartiacque, quello che cambia completamente la percezione del locale.

Il cameriere arriva a sparecchiare gli antipasti. Noi, educatamente, porgiamo i piatti. Lui li prende e, con i piatti già in mano, ci dice:

“Potete riprendervi le posate?”

Le posate sono intrise di olio del carciofo, tuorlo d’uovo e sugo di vaccinara. Non stiamo parlando di una briciola di pane. Ci guardiamo un istante e rispondiamo con un secco, educato ma fermo:

“No.”

È uno di quei momenti in cui un ristorante perde punti in modo irreversibile. Non tanto per l’errore in sé, quanto per la leggerezza con cui viene fatto. In un’osteria, va bene la rusticità. Ma l’igiene e il buon senso non sono opzionali.

Il bagno: più affollato della sala

Durante l’attesa dei secondi, il tavolo – sempre lo stesso, sempre troppo piccolo – diventa un osservatorio privilegiato sul bagno. E qui lo spettacolo non è dei migliori.

Un continuo viavai: clienti, personale, camerieri. A un certo punto notiamo un addetto alla cucina, in divisa e con guanti in lattice nero, uscire dalla cucina, entrare nel bagno e riemergere dopo un paio di minuti.

La domanda sorge spontanea, inevitabile:

Quei guanti verranno cambiati prima di tornare ai fornelli?

Non lo sappiamo. E il punto è proprio questo: il dubbio. In un ristorante, soprattutto oggi, il cliente non dovrebbe mai essere messo nella condizione di dubitare.

Secondi: discreti, ma ormai compromessi

Saltimbocca alla romana

Arrivano i secondi. Non arrivano le posate pulite. Evidentemente, la prassi è quella: tenersi le stesse. Ce le portano solo dopo una richiesta esplicita.

I saltimbocca alla romana sono discreti: carne tenera, sapidità corretta, buona la nota di salvia. Un piatto onesto, senza slanci.

Le polpette al sugo fanno il loro dovere, ma non lasciano il segno. Sugo corretto, carne ben lavorata, ma nulla che faccia venir voglia di tornare solo per loro.

A questo punto, la voglia di proseguire si spegne. Niente dolce. Solo una curiosità resta sospesa: con il dessert sarebbe previsto il cambio posate? Mistero che resterà tale.

Polpette al sugo

Il conto: nella media, ma pesa di più

Ci rechiamo in cassa. 109 euro. Prezzo nella media per una cena completa sui Navigli, con vino. Nulla da dire sul conto in sé. Il problema è che, a fine serata, il valore percepito è decisamente più basso.

Un ristorante può sbagliare un piatto. Può avere una serata storta. Ma quando inciampa su igiene, servizio e attenzione al cliente, il giudizio diventa severo.

Il verdetto de “I Cattivi“: ★★

Accoglienza ★☆☆☆
Sorrisi sinceri e un approccio cordiale all’ingresso, ma la gestione della sala lascia a desiderare.

Location ★★☆☆☆
Caratteristica, calda, con richiami romani ben dosati. Peccato per i tavoli troppo ravvicinati e per la totale assenza di privacy.

Menù ★★★☆☆
Tradizione romana ben rappresentata, piatti iconici e qualche proposta interessante. La carta promette più di quanto poi arrivi realmente nel piatto, ma l’impostazione è corretta e invitante.

Cucina ★★☆☆☆
Un carciofo alla romana davvero riuscito, uova al tartufo scenografiche ma poco profumate, secondi discreti senza guizzi. Alcune buone basi, ma manca continuità e personalità.

Servizio ★☆☆☆☆
Lento anche a sala non piena e, soprattutto, inciampa gravemente sulla gestione delle posate.

Carta dei vini ★★★☆☆
Scelta essenziale ma coerente con la proposta. Il Syrah si difende bene e accompagna degnamente la cucina romana.

Conto ★★☆☆☆
Prezzo nella media dei Navigli, ma il valore percepito a fine serata risulta inferiore.

Un’osteria che sulla carta promette Roma, ma che nei fatti inciampa su dettagli fondamentali. Qualche piatto convince, l’idea c’è, ma servizio e attenzione al cliente vanificano gran parte dell’esperienza. Una mezza stella resta per ciò che potrebbe essere, non per ciò che è stato.

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