Motelombroso: inquietudine gourmet sul Naviglio Pavese

La storia del luogo che pare uscito da un romanzo

Prima di raccontarvi la nostra avventura, occorre dare un contesto. Il Motelombroso non nasce come ristorante qualsiasi, ma come progetto visionario all’interno di una vecchia casa cantoniera di fine Ottocento lungo il Naviglio Pavese. Una struttura che per decenni ha ospitato chi vigilava sulle acque e che oggi, dopo un restauro radicale, è divenuta un luogo di cibo, vino e otium.

Dietro il progetto ci sono Alessandra Straccamore e Matteo Mazza, coppia nella vita e nell’impresa: lei, avvocata e creativa, lui, filosofo ed enologo con trascorsi nel mondo della moda. Entrambi hanno trasformato quel rudere in una sorta di opera d’arte abitabile, tra design industriale, estetica postmoderna e suggestioni noir. Non un semplice ristorante, ma un habitat dove il confine tra cena e performance artistica si sfuma.

Il sito ufficiale stesso parla chiaro: non si viene qui solo per mangiare, ma per vivere un’esperienza. E se vi capita, come è successo a noi, di arrivarci ignari delle recensioni entusiastiche del Gambero Rosso e della Michelin, allora il colpo di scena è garantito.

La mise en scène: il caso, la pioggia e i sandali bagnati

Ingresso al ristorante

Ore 20.30 di un fine agosto a Milano. Molti ristoranti ancora chiusi, l’aria che promette tempesta e un cielo basso, saturo di pioggia. Ci troviamo in periferia, sulla sponda del Naviglio Pavese, poco distante dai campi. È in quel momento che, girovagando senza meta precisa, incrociamo un piccolo ristorantino, con la proprietaria e la cuoca ferme sulla porta, sorridenti, pronte ad accogliere clienti. Ci invitano con lo sguardo, con quel sorriso genuino che disarma.

Eppure, codardi e prevenuti, fingiamo di aver dimenticato qualcosa in auto e ci dileguiamo. Non ce la sentiamo di entrare in un locale deserto. Forse sbagliando, pensiamo che l’assenza di avventori possa tradursi in freschezza dubbia delle materie prime. O forse, più semplicemente, ci piace osservare non solo i piatti ma anche gli altri commensali, gli sguardi, i gesti: parte anch’essi dello spettacolo.

Pochi metri più avanti, mentre la pioggia comincia a cadere, chiediamo soccorso a Siri. Ed è lei a indicarci un nome: Motelombroso. A pochi passi, dice. Buone recensioni, aggiunge. Apriamo il sito, appare intrigante. Ci guardiamo, annuiamo: “Deciso!”.

Telefoniamo. Ci rispondono con gentilezza e precisione: “Solo cena, niente aperitivo stasera per via del maltempo”. E subito ci chiedono se abbiamo allergie alimentari. Un dettaglio che ci sorprende, quasi un preludio a una cura particolare.

Posteggiamo e ci incamminiamo. Piove, e non poco. L’alzaia che costeggia il Naviglio è buia, le luci rade. Camminiamo stringendoci sotto l’ombrello, ma i sandali già zuppi scivolano. Fatichiamo a trovare l’ingresso, nonostante sia proprio davanti a noi. Il locale, a prima vista, sembra una casa privata. Scopriremo poi che lo è stata: una casa cantoniera ristrutturata.

L’accesso avviene tramite una rampa ripida, scivolosa sotto l’acqua. L’insegna non risalta, il cancello d’ingresso è chiuso. Siamo già perplessi. Suoniamo, con il cuore che accelera. Ci sentiamo intrappolati: se questo locale fosse vuoto, come uscirne?

Un pensiero dantesco sull’uscio

Ingresso inferno dantesco

In quell’attimo sospeso, mentre il cancello si richiudeva alle nostre spalle e ci sentivamo quasi prigionieri del cortile buio, ci è venuto spontaneo il ricordo di Dante. Pareva davvero di varcare la soglia di un aldilà misterioso, e in mente risuonava la celebre frase scolpita sulla porta dell’Inferno: «Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate». Nessuna scritta appariva realmente, ma l’atmosfera greve, la pioggia battente e il vecchio portoncino consumato dal tempo ci suggerivano proprio quel monito, rendendo l’ingresso al Motelombroso un passaggio iniziatico più che un semplice arrivo a cena.

Poi, uno spiraglio: dietro un vetro, la cucina animata. Almeno tre persone al lavoro. Sospiro di sollievo. Non saremo soli, pensiamo.

A spalancare il vecchio portoncino è un uomo in tuta da lavoro. Per un attimo lo scambiamo per un manutentore. Invece è il proprietario: cordiale, sorridente, quasi rassicurante.

Dentro la casa cantoniera postmoderna

Interno inquietante di ristorante

Varcata la soglia, restiamo sorpresi. La ristrutturazione interna è raffinata, studiata, con pavimenti in cemento industriale e canalizzazioni in similacciaio a vista. Un ambiente essenziale ma ricercato, dove l’anima postindustriale incontra dettagli caldi e volutamente stranianti.

Ci informano che siamo i primi avventori della serata. Mannaggia a noi: ci siamo cascati di nuovo! Ci avvisano però che potrebbe arrivare più tardi un secondo tavolo. Ma per ora, soli siamo. Soli rimaniamo, scopriremo dopo.

“Pazienza”, ci diciamo. “Saremo oltremodo coccolati”.

Il proprietario ci propone un’esperienza degustazione a sorpresa: otto portate accompagnate da altrettanti mezzi calici di vino. Accettiamo, forse un po’ incauti, forse già stregati.

Il banchetto noir

Ogni piatto viene annunciato con rituale. Il proprietario presenta, il sommelier narra con dovizia di particolari i vini, e lo chef — sardo, energico e ambiguo — esce in sala a raccontarci i suoi piatti. Non piatti interi, ma bocconi, veri e propri assaggi.

Eccoli, in ordine:

  • Fico d’india in salsa di…
  • Muggine con salsa (o sangue) di cinghiale.
  • Lepre cruda e cotta con bottarga di muggine.
  • Lo “scoglio”: un cannellone ripieno adagiato su un sasso, immerso in alghe, con salsa all’anemone.
  • Tonno, ma solo la parte nera, in salsa di peperoni.
  • Diaframma di manzo in salsa speziata: curry, cannella, spezie orientali.
  • Spaghetti al formaggio e bergamotto: scopriamo che il formaggio è caglio ottenuto da un agnellino, con lavorazione dalle budella.
  • Un boccone di gelato lampone e habanero.
  • Dessert finale: un piccolo agnellino di cacao amaro, che nasconde ragù di agnello e pasta conservata in vetro da un anno.

Il filo conduttore del banchetto infernale

Il filo conduttore? Sangue, frattaglie, scarti, abissi. Ogni portata richiama la morte, il sacrificio animale, il colore del sangue o la consistenza della carne cruda. Non era più soltanto un susseguirsi di piatti, ma una narrazione gastronomica che pareva attingere dalle pagine di un romanzo gotico o dalle scene disturbanti di un film horror anni ’80, di quelli in cui il banchetto non è preludio di festa, bensì di condanna. A tratti sembrava di vivere una sequenza sospesa tra Il silenzio degli innocenti e Shining, con la sensazione che dietro ogni portata si celasse un presagio oscuro, un simbolo rituale, una prova iniziatica da superare. La cucina si trasformava in teatro dell’assurdo, e noi, ignari spettatori e attori al tempo stesso, ci lasciavamo condurre in questo viaggio tra i gironi gastronomici, come se Dante avesse sostituito Virgilio con uno chef munito di coltelli affilatissimi.

Pan brioche con spuma di burro

Eppure, non tutto è cupo: delizioso il pan brioche con burro come entrée, sorprendente la caramella di gelato lampone e peperoncino. I vini, poi, straordinari: piccole cantine dal Piemonte all’Australia, passando per la Francia. Veri gioielli enologici, raccontati con passione dal sommelier — unico faro rassicurante nella notte dei sensi.

Suggestioni da horror

Ma più i piatti si susseguono, più la mente corre altrove. Tutto sa di fossa, di scarico, di abisso. Suggestionati dal Naviglio stesso, ci chiediamo se non stiamo partecipando a un rituale oscuro.

Fantasia galoppante: siamo finiti in una setta? Stanno forse cucinando cadaveri? Saremo serviti come portata principale al prossimo tavolo?

Sorridiamo di queste follie, ma ci crediamo anche un po’.

Al culmine, simuliamo una chiamata: fingiamo che il nostro autista ci stia aspettando al di là del Naviglio. Non si sa mai.

Alla cassa, il proprietario ci chiede: “Esperienza gradita?”. Rispondiamo “sì”, ma è solo la fretta di uscire, di respirare. Il conto, salatissimo: 364 euro. Avremmo voluto pagare in contanti, per non lasciare tracce, ma cediamo alla carta.

Fuori, finalmente, l’aria del Naviglio, la pioggia, le pozzanghere. Sotto il piccolo ombrello, bagnati e stanchi, ci sentiamo vivi.

Sotto la pioggia, vivi

Il dopo: idioti o incompresi?

A casa non riusciamo a dormire. Cercando sul web, scopriamo centinaia di recensioni positive, premi, onorificenze dal Gambero Rosso e dalla Michelin. E ci sentiamo idioti.

Possibile che non abbiamo colto la genialità di questa cucina postmoderna?

Approfondiamo: il sito stesso del locale gioca con il noir, con simboli ambigui, con estetiche che flirtano con l’occulto. I cuori, i calici, le stanze dalle pareti che sembrano motel di film horror. Tutto studiato?

Forse il gioco era proprio questo? Farci provare paura, inquietudine, suspense? Un’arte che non tutti sanno riconoscere, ma che — riletta a posteriori — ha un fascino perverso.

Il verdetto dei “I Cattivi”: ★★

Accoglienza: gentile e premurosa, nulla da eccepire, ma non basta un sorriso per dissolvere il gelo che ci ha accolti insieme alla pioggia e al cancello chiuso.

Menù: più che un percorso degustazione, un viaggio iniziatico nel regno delle ombre. Audace? Certo. Ma a tratti disturbante, con piatti che sembravano evocare più un obitorio che una tavola imbandita.

Ambiente: postmoderno, curato, suggestivo, eppure intriso di un’aura noir che ci ha fatto sentire comparse inconsapevoli in un triller. Fascinazione e disagio, insieme.

Servizio: professionale, con un sommelier di grande spessore e proprietari cordiali. Ma l’eccesso di teatralità, tra proclami e uscite in sala, ha accentuato l’impressione di trovarci dentro un rituale più che a cena.

Piatti: concettuali, estremi, inquietanti. Sangue, scarti e frattaglie come cifra stilistica. Alcuni riusciti, altri francamente difficili da mandare giù, non solo per gusto ma per la suggestione che li accompagnava.

Prezzi: proibitivi, soprattutto se l’esperienza lascia in dono più incubi che appagamento. Usciti vivi, sì, ma alleggeriti di 364 euro e con il retrogusto di stagno che non ci ha abbandonati per ore.

i cattivi verdetto

Conclusione

Eppure, a distanza di qualche giorno, dobbiamo ammetterlo: se i proprietari sono stati così geniali da orchestrare tutto questo, da costruire un’esperienza che non è soltanto cena ma pura messinscena — fatta di noir, inquietudine e ambiguità — allora bisogna dargliene atto. Hanno avuto il coraggio di giocare con i nostri sensi e con la nostra fantasia, fino a farci dubitare persino di ciò che avevamo nel piatto. Perché, a essere sinceri, non sapremo mai con assoluta certezza cosa abbiamo davvero mangiato: sangue, frattaglie, scarti o soltanto suggestioni. Ma se lo scopo era farci uscire turbati, divertiti e con una storia da raccontare, l’hanno centrato in pieno.

Questa esperienza, tanto cara quanto indimenticabile, resta un unicum: non la consigliamo ai deboli di cuore, ma a chi ama lasciarsi travolgere dal lato oscuro della cucina sì. Forse noi non abbiamo compreso del tutto il messaggio, ma la genialità del progetto non possiamo negarla. In fondo, ogni tanto, vale la pena vivere un incubo a occhi aperti se a scriverlo sono artisti del gusto.

E quindi, cari lettori, vi invitiamo: andateci. Provate il Motelombroso, magari quando è vuoto, e immergetevi nella stessa suspance che abbiamo vissuto noi. Potreste scoprire quello che hanno visto i critici del Gambero Rosso o, come noi, ritrovarvi in dramma gotico che diventa esilarante solo dopo aver varcato la soglia. In ogni caso, non dimenticate di dare un’occhiata anche al sito ufficiale: Motelombroso.

Se anche tu vuoi recensire o segnalare un locale, inviaci la tua esperienza o la tua opinione: saremo felici di leggerla e magari pubblicarla!

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