Marro Grill: una cena del lunedì che lascia… fame di riscatto

Marro Grill: una cena che inizia con buone intenzioni

Marro Grill, l’inizio di un brindisi mancato.
Un lunedì sera di dicembre, quando l’ufficio ci ha già prosciugato energie e lucidità, cerchiamo un posto dove cenare senza troppe pretese, senza fare tardi e senza dover girare per ore in una Milano che il lunedì si concede un letargo urbano. Ricordiamo che Marro è aperto. Da tempo non ci andiamo, ma ciò che ci era rimasto in mente – e nel cuore – era la carne: buona, gustosa, ben eseguita.

Iniziamo la nostra breve spedizione gastronomica con entusiasmo moderato, quello che si riserva ai locali già conosciuti che speri ti accolgano come un vecchio amico. Entriamo, chiediamo un tavolo per due: nulla di più semplice, nulla di più corretto.

Peccato che i famosi “tavoli per due”, da Marro, si rivelino i fratelli minori dei tavoli veri.
Tavolini minuscoli, tondi, degni di un bar di provincia più che di una steakhouse meneghina.
Sono tutti disposti nella saletta di sinistra e – come scopriremo – tutti assegnati allo stesso cameriere: minuto, barbetta castana, occhiali, sguardo che pare misurare non solo la sala ma anche i clienti.

Ci accompagna al più piccolo di tutti. Senza prenotazione non si può prendersela, certo, ma la sensazione è che ci avrebbero destinato quel tavolino anche se fossimo stati l’arciduca e consorte. Intanto la sala si riempie, proprio quella delle coppie: e noi che pensavamo che il lunedì fosse il giorno delle poltrone e dei plaid. A quanto pare esiste un microcosmo affettivo che vive solo fuori dagli orari canonici. O forse sono coppie che preferiscono la discrezione del lunedì al clamore del sabato. Chissà.

Il menù XXL sul tavolino XXS

Tavolino per due

Il cameriere in camicia bianca e bretelle nere ci porta due menù imponenti, di quelli che aperti reclamano almeno un metro quadrato. Sul nostro tavolino lillipuziano ne occupano l’intera superficie. Per aprire il menù dei vini, dobbiamo chiudere il menù delle pietanze. Per appoggiare il bicchiere, dobbiamo spostare il pane. Per respirare, dobbiamo sperare che nessuno passi troppo vicino.

Arriva subito il pane, arriva l’olio. E i ricordi.
Ricordavamo l’olio di Marro: profumato, elegante, quasi un biglietto da visita.
Ricordavamo male.

Il pane è buono, fragrante. L’olio… è un dispiacere. Amaro in un modo che non appartiene alla nobiltà dell’oliva, ma a quell’amaro artificioso degli oli industriali “da grande distribuzione”. Ha un retrogusto stanco, piatto, quasi rancido. Ci guardiamo un attimo, come si guarda un vecchio amico che non riconosci più.

Con cortesia e voce bassa, chiediamo:
“Ci ricordavamo un olio buonissimo… non ne avete uno diverso?”

Il cameriere minuto si irrigidisce. Gonfia il petto, si fa scuro in volto, si erge come un gallo in miniatura come a voler guadagnare qualche centimetro e pronto a difendere il pollaio.
Risponde secco:
“Abbiamo solo questo. Non posso farci nulla se il fornitore non ci scarica l’altro!”

Cameriere arcigno

Tramortiti. Non tanto dal contenuto, quanto dal tono.
Torniamo al pane, questa volta senza condimento e senza entusiasmo.
Milano, lunedì 20:40: abbiamo già capito che sarà una serata complessa.

L’attesa, i sospetti e il secondo tentativo

Ordiniamo: tartare di fassona, tagliata ai porcini “al sangue”, e un Negramaro.
Il vino, almeno, sembra una scelta sensata. Lo assaggiamo: buona beva, struttura piacevole, frutto maturo, note leggere di pepe e amarena. Non è un vino che cambia la serata, ma è l’unico elemento che per ora non ci rema contro.

Nell’attesa ci guardiamo intorno, anche perché non possiamo fare altro: i movimenti sono limitati, e per esplorare la sala dobbiamo ruotare busto e collo come vigili del fuoco dentro un condotto d’aerazione.
Notiamo che tutte le bottiglie d’olio appoggiate sui tavoli sono identiche. Nessuna speranza.

Finché non passa un altro cameriere – non il minuto, un altro: gentile, sorridente, con modi composti e voce normale. Lo fermiamo con discrezione:
“Possiamo chiedere di provare un’altra bottiglia? Magari la nostra è uscita male…”

Lui, sorprendentemente, acconsente.
Porta una seconda bottiglia.
La apriamo.
Assaggiamo.
Identica. Lo confessa lui stesso:
“Sì, è commerciale… non all’altezza.”
Che già è un progresso: l’onestà riconcilia quasi con il mondo.

Arriva il cameriere minuto. Con gli occhi di chi ha scoperto un complotto

E quando torna lui, quello della prima frustata dialettica, capiamo che ha percepito il tentativo di rivoluzione.
Ci porta i piatti guardandoci come se avessimo intralciato l’ordine naturale delle cose.
Sui tavolini minuscoli, i piatti sembrano piroscafi in un porticciolo.

La tartare: buona ma… sola

Tartare

La tartare di fassona è buona, fresca, dal taglio corretto. Ma non è condita come dovrebbe.
Il problema è che – senza un olio degno – resta una carne sola, abbandonata a se stessa, e il pepe può fare solo una parte del lavoro.
Ci accontentiamo.
E noi, di solito, non siamo tipi da accontentarci.

La tagliata che tagliata non è

Tagliata ai funghi

La tagliata ai porcini “al sangue” arriva… cotta.
Non media, non rosata.
Cotta.
E soprattutto: già tagliata prima della cottura, in tocchetti. Un metodo che nemmeno nei peggiori tutorial di cucina casalinga si trova più.
Il risultato è quello che ci si aspetta: esterno asciutto, interno uniforme, zero succosità.
La carne perde identità, perde fascino, perde carattere.

Un vero peccato, perché la materia prima – si intuisce – non sarebbe nemmeno così male. Solo che è stata trattata come un pezzo qualunque.
I porcini sono onesti, il purè è un’intrusione non richiesta, forse nata per colmare un piatto altrimenti troppo vuoto.
La masticazione diventa un gesto tecnico più che un piacere.

Ultimo giro: la focaccia salvagente

Siamo ancora affamati.
Chiediamo una focaccia con mortadella e pistacchio.
Qui l’olio non può fare danni, e la cucina pare finalmente trovare un suo equilibrio.
La focaccia è buona: soffice, fragrante, generosa nella farcitura.
La mortadella è corretta, il pistacchio non invade.
Per 10 minuti dimentichiamo i precedenti.

Il vino: l’unico vero alleato

Il Negramaro, lo ribadiamo, è stato il filo rosso che ha tenuto insieme la serata.
Corretto nella temperatura, servito con timing accettabile, con un profilo gustativo sincero e vivo, è l’elemento che ha evitato che la cena deragliasse del tutto.
Un compagno fedele in un viaggio incerto.

Il cameriere cortese: la luce nella saletta

Il cameriere assegnato ai tavoli da quattro – quello che ci ha portato la seconda bottiglia d’olio – è l’unica presenza luminosa della serata.
Discreto, professionale, educato, persino solidale.
La prossima volta inviteremo amici solo per avere lui.

Un pensiero che sorge spontaneo…

Mentre usciamo, un’immagine ci attraversa la mente come una scintilla culturale d’altri tempi:
De André, Un giudice, e quel verso:
“Un nano è una carogna di sicuro… perché ha il cuore troppo vicino al…” Solo un ritornello fugace che immediatamente obliamo…

Il verdetto de “I Cattivi”: ★★

Verdetto de i cattivi

Accoglienza: ★★
Cortesia alternata, con picchi di irritazione non richiesta. Un cameriere minuto che sembra uscito da un romanzo espressionista e uno molto professionale. Media instabile.

Ambiente: ★★★
Carino, curato, ma (nel reparto coppie) con tavolini minuscoli che rendono qualunque movimento un esercizio di ingegneria.

Servizio: ★★
Tra rigidità, sguardi in trincea e qualche lampo di umanità, resta un’esperienza discontinua.

Piatti: ★★
La carne, che dovrebbe essere il fiore all’occhiello, vive una serata storta. Tartare buona ma incompleta, tagliata maltrattata, porcini onesti, focaccia ottima.

Prezzo: ★★
In linea con Milano, ma la qualità percepita non giustifica del tutto il conto.

Prima di andar via… una possibilità di riscatto

Nonostante la nostra serata abbia oscillato tra tavolini lillipuziani, olio poco ispirato e tagliate dalla personalità discutibile, Marro resta un locale che – per storia, impostazione e vocazione carnivora – merita almeno una seconda occasione. Forse siamo incappati in un lunedì stonato, uno di quelli in cui l’orchestra non è perfettamente accordata. Forse la sala principale, più ampia e seguita da quel cameriere così professionale, racchiude l’esperienza che ricordavamo. E magari, in un giorno più felice, la cucina riesce a restituire alla carne la dignità che le spetta.

Per chi volesse provare di persona, o concedere a Marro il beneficio del dubbio che anche noi, in fondo, vogliamo offrirgli, ecco il riferimento ufficiale:
https://marroristoranti.com/

Chissà: magari la vostra serata avrà un sapore decisamente migliore della nostra.

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