Storia vera, anima autentica
Correva l’anno 1964 quando Romano Puccinelli e sua moglie Pieretta, originari di Chiesina Uzzanese (Pistoia), decisero di lasciare la Toscana per portare alle porte di Milano un sogno: quello della cucina di casa, delle materie prime genuine, della brace vera.
Il locale, “La Ruota”, venne aperto lungo la Via Roma a San Giuliano Milanese, all’epoca circondato da molta campagna, poco traffico e tante speranze di costruire qualcosa che durasse nel tempo.
Passano gli anni, cambiano le mode, mutano molte cucine, ma alla guida della Ruota rimane sempre la famiglia: oggi sono i nipoti, Marialuna e Lorenzo Degl’Innocenti, insieme ad altri membri della famiglia Puccinelli, a custodire quell’eredità fatta di brace, ricette di casa e rispetto per i produttori artigianali.
La Ruota non è solo un ristorante; è un luogo dove si respira Toscana, persino d’inverno: nelle maioliche antiche, nel camino, nel pavimento in cotto, negli oggetti in rame, negli arredi che parlano di radice e di tempo che affina.
Un ritorno carico di attese
Ci sono luoghi che ti restano addosso come un profumo antico. Non importa quanto tempo sia passato, ti basta nominarli perché riaffiorino i ricordi: il camino acceso, la carne sulla brace, il vociare allegro della sala. Per noi, La Ruota di San Giuliano Milanese è stato uno di quei luoghi.
Dopo anni di assenza, due anni fa abbiamo deciso di tornare. Non un ritorno qualunque, ma un vero pellegrinaggio gastronomico, spinti dalla nostalgia di antichi pranzi e da alte aspettative. Sapevamo bene che la memoria inganna, che spesso idealizza, ma eravamo pronti a mettere alla prova il mito.
E così, in un mercoledì qualunque, ci siamo ritrovati di nuovo davanti a quell’ingresso che non ha nulla di scenografico ma che sa di autenticità. L’aria profumava già di brace, e l’appetito cresceva a ogni passo.
L’ambiente: caratteristico sì, ma con spine
La Ruota non ha mai fatto della modernità il proprio biglietto da visita. Lo sapevamo e non ci aspettavamo certo lampade di design o tavoli minimal. Quello che abbiamo trovato è stato esattamente il ricordo che custodivamo: legno scuro, travi, pareti che trasudano tradizione.
Peccato che la tradizione, a volte, si confonda con trascuratezza. Ci accolgono con estrema cortesia, ci fanno accomodare in una saletta sul retro appartata, riservata ma un po’ dimenticata dal mondo. Panche di legno dure, schienali rigidi: più adatte a un refettorio monastico che a un pranzo di piacere. Non un dettaglio trascurabile, perché quando ti siedi per rilassarti il comfort conta quasi quanto il cibo.
E qui arriva la vera stonatura: dopo esserci sistemati, il servizio si è come dissolto. Nessuno a verificare se tutto fosse di nostro gradimento, tempi dilatati, attese non appropriate per un pranzo. Una sensazione netta: quella di essere stati dimenticati in fondo a una sala che non godeva delle stesse attenzioni riservate a chi era al centro del locale.
Gli antipasti: l’inizio promettente
La salvezza, almeno iniziale, è arrivata dal cibo. Le bruschette erano un inno alla semplicità: pane tostato a dovere, croccante ma non bruciato, condito con pomodoro fresco, olio extravergine deciso e un pizzico di sale che ne esaltava la dolcezza. Una carezza fragrante, un morso che rimette in pace con il mondo.
Il prosciutto toscano al taglio è stato un ritorno all’essenza: fette sottili, con un equilibrio perfetto tra parte magra e grassa. In bocca, la sapidità si è fatta decisa, il grasso si scioglieva lentamente, lasciando un retrogusto piacevole, persistente. Un prodotto che non teme confronti, servito senza orpelli, senza mascherature.
Poi i carciofi fritti, e qui ci siamo sentiti a casa. Croccanti, asciutti, dorati senza essere unti. Dentro morbidi, quasi cremosi, con quel tocco amarognolo che pulisce il palato e invoglia al bicchiere di vino. Una frittura che dimostra mestiere, che fa applaudire anche il più cinico dei gourmet.
Un inizio promettente, che ci ha fatto dimenticare – per qualche minuto – le panche dure e il servizio latitante.
I primi: il trionfo del tartufo

Il clou della prima parte è stato il piatto di tagliolini al tartufo. Un piatto che richiede rispetto, e che qui è stato trattato con la giusta reverenza.
La pasta era fresca, sottile, porosa quanto basta per accogliere il condimento. Il burro fuso non era un eccesso, ma un velo delicato, pronto ad accompagnare il vero protagonista: il tartufo. Affettato generosamente, ha invaso la sala con il suo profumo intenso e inconfondibile, quasi ipnotico. In bocca, l’aroma era pieno, complesso, ma mai invadente.
Un piatto che non gioca a fare il prezioso: lo è davvero. E lo è perché sa fermarsi un passo prima dell’eccesso, mantenendo equilibrio e misura. È il lusso della semplicità, quello che solo la materia prima di qualità sa regalare.
I secondi: la brace regina, ma con ombre
E poi, finalmente, il momento che aspettavamo: la carne alla brace.
Il filetto è arrivato cotto al punto giusto. Esterno ben rosolato, crosticina sottile che profumava di brace, interno rosato, succoso, tenero. Ogni boccone era un piccolo trionfo, con note dolci e affumicate che si inseguivano. Una carne che si scioglieva in bocca, senza bisogno di salse o accompagnamenti.
La tartare, invece, ha creato un piccolo disappunto. Servita già condita, ci ha tolto il piacere di personalizzare, di costruire il nostro equilibrio di olio, sale, pepe, senape. Certo, il condimento era equilibrato, la carne di qualità, il piatto piacevole. Ma resta quella sensazione di intrusione, come se qualcuno avesse deciso al posto nostro. Un peccato veniale, certo, ma che pesa.
Il vino: un Brunello che nobilita il pranzo
Ad accompagnare il pranzo, abbiamo scelto un Brunello di Montalcino. E qui il bicchiere ha fatto la differenza.
Rosso intenso, profumo di frutti maturi, note di cuoio, un tannino presente ma elegante. In bocca, lungo, persistente, avvolgente. È stato lui a elevare i piatti, a renderli parte di un disegno più grande. Con i carciofi fritti ha ripulito, con i tagliolini al tartufo ha creato un abbraccio aromatico, con il filetto ha esaltato le note dolci della carne.
Il Brunello è stato il vero protagonista silenzioso del pranzo: senza di lui, le pecche del servizio sarebbero sembrate ancora più pesanti.
I dolci: chiusura in equilibrio
Il dolce è arrivato a chiudere con grazia. Una proposta della casa fresca, ben bilanciata, con zucchero dosato con misura. Non un colpo di teatro, ma una chiusura elegante e adeguata. Dopo un pranzo così ricco, non serviva altro.
Il verdetto de “I Cattivi”: ★★★
Accoglienza: ★★★★
Ambiente: ★★★
Menù: ★★★★
Servizio: ★★
Piatti: ★★★★
Rapporto qualità/prezzo: ★★
La Ruota resta un locale caratteristico, con piatti che sanno emozionare e una brace che continua a dettare legge. Gli antipasti convincono, i tagliolini al tartufo conquistano, il filetto è una certezza. E il Brunello di Montalcino ha dato nobiltà all’intera esperienza.
Ma il servizio è stato al di sotto delle aspettative: attese lunghe, attenzioni ridotte al minimo, la sensazione netta di essere stati dimenticati in una saletta laterale. Un difetto che pesa, soprattutto se il conto è importante.
E poi quelle panche, dure, scomode, inadatte a un pranzo lungo. Dettagli, certo, ma dettagli che fanno la differenza tra un ristorante buono e un ristorante memorabile.
Tre stelle, quindi. Nonostante il cuore vorrebbe darne di più, la ragione ci impone di fermarci qui. La Ruota resta un locale che amiamo, ma che ci aspettiamo possa offrire un servizio più all’altezza della sua cucina.
Amore e critica
Noi non siamo mai solo critici: siamo anche innamorati. Innamorati del cibo, della tradizione, di quei piatti che sanno raccontare storie. E La Ruota, con i suoi carciofi fritti, i tagliolini al tartufo e il filetto alla brace rispecchia tutto ciò.
Ma l’amore vero non è cieco. L’amore guarda, nota, sottolinea. E per questo non possiamo sorvolare su un servizio che ci ha lasciati soli troppo a lungo, su un comfort che non ci ha permesso di rilassarci, su un’attenzione che non è stata quella che ci aspettavamo.
Invito a vivere La Ruota
La nostra esperienza risale a due anni fa: un ritorno atteso, pieno di emozioni contrastanti. Da allora, ci auguriamo che la Ruota abbia saputo rinnovarsi, migliorando quei dettagli che fanno la differenza.
Resta comunque un indirizzo che vale la visita, soprattutto se amate la carne alla brace e i piatti tipici cucinati con passione. Perché, nonostante le ombre, la Ruota resta un locale che merita di essere vissuto, raccontato, ricordato.
Scopritela voi stessi sulla loro pagina ufficiale: La Ruota San Giuliano su Facebook.

Per chi volesse approfondire la storia, i segreti e le eccellenze di questo vino straordinario, consigliamo di visitare il sito ufficiale del Consorzio del Brunello di Montalcino.
Se anche tu vuoi recensire un locale, inviaci la tua esperienza o la tua opinione: saremo felici di leggerla e magari pubblicarla!