El Barbapedana, commedia milanese tra piatti e telefoni

Le trattorie milanesi: rifugio di memoria e ironia

Una sera d’autunno di due anni fa, abbiamo deciso di varcare la soglia di El Barbapedana, trattoria storica in zona Porta Genova, proprio a due passi dai Navigli.

Quando si parla di Milano, la mente corre subito ai grattacieli, ai Navigli scintillanti nelle sere d’estate, alla corsa continua dei tram che sembrano avere fretta persino di fermarsi. Ma per chi, come me, è cresciuto tra storie di nonne che cucinavano risotti gialli e ossobuchi tenerissimi, la vera Milano si respira ancora nelle trattorie.

Quelle autentiche, un tempo, erano osterie di quartiere: tovaglie a quadrettoni, profumo di burro fuso che ti accoglieva già dall’ingresso, vino sfuso servito in caraffa, e piatti che non si chiamavano “esperienze gastronomiche” ma semplicemente “cena”. Oggi, molte di queste trattorie hanno voluto rinnovarsi, inseguendo una clientela internazionale. A volte ci riescono, altre volte si trasformano in una commedia di stili e intenzioni, in cui il gusto rimane un po’ smarrito.

L’attesa comincia al telefono

La nostra piccola avventura è iniziata mezz’ora prima di metter piede nel locale. Con una certa delicatezza, chiamo per chiedere se ci fosse posto. Mi permetto persino un desiderio, forse ingenuo: “Un tavolo comodo, se possibile, accostato al muro, non proprio in mezzo a tutti gli altri… sa, siamo una coppia e ci piace chiacchierare con un po’ di riservatezza”.

Dall’altra parte del telefono, una voce maschile, veloce, quasi irritata: “Siamo pieni”.
Così, secca, definitiva.

Resto un attimo in silenzio, guardo lui che alza un sopracciglio divertito. “Strano – penso – possibile che siano già pieni a quest’ora?”. La risposta mi è sembrata troppo sbrigativa, come se la mia piccola richiesta fosse bastata a farmi classificare tra le clienti “complicate”.

Decidiamo allora di fare un esperimento: lui richiama da un altro numero. Magia! Lo stesso uomo risponde, stavolta con tono accomodante: “Sì, c’è posto. Vi aspettiamo”.

E lì scoppia la prima risata complice tra noi due. “Forse non voleva una cliente pretenziosa”, gli dico dandogli un buffetto sul braccio.

L’arrivo: il mistero del semivuoto

Arriviamo al locale, convinti di trovarlo stipato di clienti, un brulicare di voci, piatti che tintinnano, sedie che strisciano. Invece no. Dieci tavoli in tutto, sei occupati, quattro liberi.

Mi volto verso di lui con un sorriso malizioso: “Vedi? Pieni come un uovo… ma di silenzio!”. E ridiamo ancora, mentre ci accomodiamo proprio a uno di quei tavoli comodi che avevo osato chiedere.

Il teatro dell’assurdo: ambiente e dettagli

El Barbapedana interno

L’interno di El Barbapedana sembra studiato per creare un’atmosfera particolare, ma gli elementi messi insieme non sempre dialogano tra loro. Ci sono tocchi rustici che ricordano la trattoria di una volta, ma accanto bicchieri e stoviglie che sembrano presi in prestito da un bar di quartiere.

La luce è un po’ incerta: vorrebbe essere intima ma resta sospesa tra il romantico e il generico. Lui, seduto di fronte a me, alza il calice vuoto e finge di fare un brindisi immaginario: “Alla coerenza perduta!”.

Io scoppio a ridere, perché in fondo queste piccole incoerenze fanno parte del fascino del posto.

L’uomo orchestra: cameriere, oste, centralinista e forse cuoco

E poi c’è lui, il protagonista della serata: il proprietario. Scopriamo presto che quell’uomo frettoloso al telefono non era un dipendente qualunque, ma proprio lui, il padrone di casa.

Ed è lì, davanti ai nostri occhi, a interpretare tutti i ruoli possibili:

  • risponde al telefono con tono concitato,
  • prende gli ordini,
  • apparecchia,
  • sparecchia,
  • porta i piatti,
  • rientra in cucina con fare sospetto.

Io e lui ci scambiamo occhiate complici, domandandoci: “Ma sarà anche il cuoco?”. In certi momenti pare di sì, perché sparisce per lunghi minuti, e quando ricompare porta piatti fumanti.

Un uomo-orchestra, un personaggio da commedia dell’arte che, a sorpresa, non è affatto antipatico. Anzi: ha una cordialità semplice, un’ironia spontanea che, nonostante l’affanno, rende l’esperienza quasi divertente.

Il vino: un rosso corposo che scalda gli animi

Ci portano il vino della casa, un rosso corposo, di quelli che non si fanno intimidire dai piatti ma che li accompagnano con carattere. Non sarà un Barolo, certo, ma nel bicchiere brilla un rubino vivo.

Al primo sorso, lui mi guarda e sorride: “Almeno il vino sa parlare”. Io alzo il calice e gli do un brindisi leggero, sussurrando: “E anche noi, finalmente, possiamo chiacchierare”.

Ci scambiamo un paio di sguardi che valgono più di mille parole, un gioco tenero che accompagna la cena meglio di qualsiasi entrée.

I piatti: belli da vedere, timidi da gustare

Il menù ha un aspetto invitante, quasi in stile pizzeria, con tanta varietà che stuzzica la curiosità. Quando arrivano i piatti, la presentazione non delude: belli, ordinati, quasi eleganti.

Ma al primo assaggio, qualcosa manca. È come se la cucina avesse paura di osare. Il sapore è corretto, pulito, ma troppo timido. “Un po’ più di sale e sarebbe stata tutta un’altra storia”, gli sussurro.

Lui ride e ribatte: “Sarà che il sale se lo tiene tutto per le risposte al telefono!”.

E così i nostri piatti, pur non essendo cattivi, restano sospesi tra la promessa e la realtà. L’ossobuco che non scalda fino in fondo, il risotto che rimane un po’ pallido di carattere. Non una delusione vera e propria, ma neppure quel colpo al cuore che ti aspetti da una trattoria milanese.

Ossobuco con risotto

I dolci: il finale che salva la scena

A sorpresa, il momento più convincente arriva con i dolci. Qualche proposta è davvero all’altezza: ben fatta, golosa, con quel tocco che riporta il sorriso.

Lo guardo mentre assaggia il suo dessert: ha lo sguardo felice di un bambino a cui hanno regalato una caramella. Io, intanto, gli rubo un cucchiaino dal piatto con finta nonchalance, e lui mi dà un buffetto sulla mano.

Ecco, forse il momento più autentico della serata è proprio questo: due dolci, due sguardi, un po’ di gioco complice.

Il conto: la vera digestione comincia qui

Arriva il conto, ed è lì che la digestione diventa più difficile. I prezzi, rispetto alla qualità generale, risultano alti. Non tanto da gridare allo scandalo, ma abbastanza da lasciarti un retrogusto di perplessità.

“Diciamo che abbiamo pagato anche lo spettacolo”, gli dico sorridendo.
“E che spettacolo”, ribatte lui, “un uomo solo al comando, più multitasking di noi due messi insieme”.

Il verdetto de “I Cattivi”: ★★

Accoglienza: ★ mediocre
Menù: ★★★ in foggia da pizzeria ma con ricca e accattivante scelta
Ambiente: ★★★ volutamente studiato ma con elementi che cozzano tra loro
Servizio: ★★ cordiale ma carente
Piatti: ★★★ben presentati ma un po’ insipidi
Prezzi: ★★ elevati se rapportati ai parametri sopra riportati, qualche dolce all’altezza

Con una rivisitazione del locale, tovaglie nuove, bicchieri da vino adeguati e una persona d’appoggio in sala – perché l’unica presente pare risponda al telefono, prenda gli ordini, serva, cucini, sparecchi e lavi i piatti – ecco, allora sì che si digerirebbe meglio anche il conto.

Epilogo: una commedia milanese

Quando usciamo da El Barbapedana, la serata ci lascia addosso la sensazione di aver assistito più a una commedia che a una cena. C’è stata l’ironia del tavolo negato e poi ritrovato, la scena del proprietario tuttofare, i nostri sorrisi complici tra un piatto un po’ insipido e un dolce sorprendente, i brindisi con quel rosso corposo che scaldava più dei piatti stessi.

Forse non è la trattoria che consiglierei a chi cerca l’essenza pura della cucina milanese, ma è un luogo che ha saputo offrirci un ricordo: fatto di ironia, di sguardi, di un teatro improvvisato in cui noi due eravamo spettatori e protagonisti insieme.

Milano è così: non sempre ti regala la cena perfetta, ma spesso ti offre storie da raccontare. E noi, di questa serata, ridiamo ancora adesso.

Per chi volesse provarlo di persona

El Barbapedana ingresso

Se le nostre parole vi hanno fatto sorridere o alzare un sopracciglio, non resta che andare a curiosare di persona. El Barbapedana, con il suo proprietario-mattatore e la cucina che alterna alti e bassi, è un’esperienza che va vissuta dal vivo, perché tra una telefonata, un piatto servito e un sorriso improvviso, il copione cambia ogni sera. Per informazioni e prenotazioni potete visitare il sito ufficiale: elbarbapedana.it.

Per chi vuole scoprire la storia dei Navigli

Se la vostra curiosità non si esaurisce a tavola e volete andare oltre i sapori, i Navigli di Milano hanno molto da raccontare. Antiche vie d’acqua progettate anche da Leonardo da Vinci, oggi sono cuore pulsante della vita notturna e culturale della città. Per approfondirne la storia, le origini e i segreti, potete visitare questa pagina dedicata ai Navigli, e lasciarvi trasportare in un viaggio tra canali, ponti e racconti che fanno parte dell’anima milanese.

Scopri tutti gli articoli della rubrica I Cattivi e continua il viaggio tra sapori, luoghi e racconti di cucina e di vita: https://spazionews24.it/rubrica-de-i-cattivi/

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