Cous cous Ristorante Milano: critica sincera e “curtesi”

Cous cous Ristorante Milano è la nostra meta in una sera di fine novembre, in quella Milano che conosce il buio e il freddo come pochi altri luoghi sanno farlo. L’ufficio aveva già perso la sua energia, le scrivanie erano rimaste a riposare, e noi, desiderosi di una boccata di leggerezza, ci siamo messi alla ricerca di un locale tranquillo, nuovo, non troppo lontano e possibilmente non inflazionato.

Sfogliare le immagini dei ristoranti online può essere un esercizio di pazienza: uno è troppo distante, un altro vive un dramma logistico di parcheggi inesistenti, uno ancora lo avevamo già provato senza entusiasmo. Fino a quando, quasi come un’apparizione fuori programma, compare Cous cous Ristorante. Il nome crea una lieve dissonanza: sembra arabo, invece è siciliano. Forse per questo ci incuriosisce ancora di più. La Sicilia a Milano ha spesso molto da dire, a volte persino più di quanto ci si aspetti. Prenotiamo per le 19:30.

Il nostro arrivo: un’introduzione quasi teatrale

Arriviamo con dieci minuti d’anticipo, le mani ancora fredde nonostante i guanti. La porta del locale è aperta, ma dentro regna un silenzio compatto. Nessun cliente, nessuna voce. Attraverso una piccola finestra interna che dà sulla cucina scorgiamo un uomo, che supponiamo essere il cuoco. È immerso nella sua ritualità: versa scampi in acqua bollente con gesti lenti, quasi solenni, e poi li recupera immediatamente. È una scena che ha un che di intimo, come osservare un artista nel backstage, inconsapevole di essere già in scena.

Restiamo fermi, immobili come spettatori. Passano dieci minuti prima che il cuoco si accorga del nostro lieve bisbiglio. Prima ci informa che mancano quindici minuti all’apertura. Poi, guardando l’orologio, si ravvede, ci raggiunge e con una gentilezza semplice ci conduce nella saletta interna, invitandoci a scegliere un tavolo. Ne scegliamo uno laterale, più grande degli altri, anche se traballa. Lo sistemiamo accostandolo al muro: trucco della casa, o meglio, del cliente.

La sala è piccola, dodici coperti appena. Sul tavolo olio, sale, pepe. Nessun menù. Nessun rumore. Solo noi due che, ancora infreddoliti, aspettiamo in quel limbo silenzioso che precede l’inizio della vera serata.

L’arrivo del proprietario e l’inizio della vera serata

Gamberi 50 sfumature di rosso

Dopo un quarto d’ora appare lui: il proprietario. Una figura calorosa, siciliana nella presenza oltre che nell’accento, simpatico e sinceramente cortese. Ci porta il menù, poi scompare di nuovo perché intanto la sala inizia a riempirsi. Tutti e dodici i coperti vengono occupati nell’arco di dieci minuti, e noi osserviamo il proprietario correre da una parte all’altra, dividersi tra ordini, accoglienze, domande, spiegazioni, richieste.

Finalmente arriva per prendere il nostro ordine. Scegliamo tre antipasti da condividere, un piatto di cous cous – sarebbe impensabile non provarlo in un locale che porta questo nome – e due secondi di pesce. Lui prova a suggerire un ordine diverso, vuole far arrivare i piatti a coppie, cerca abbinamenti personali. Ma gentili e fermi, chiediamo soltanto che la sequenza segua il nostro ritmo.

Gli antipasti: una sinfonia incompleta ma interessante

Il pane arriva con un olio straordinario, di quelli che profumano di storia, macina e sole. Ottimo davvero.

Poi iniziano gli antipasti.

La tartare di tonno fuori menù
È buona. Fresca, pulita, priva di artifici inutili. Non sorprende, ma convince.

I gamberi di Mazara
Sono splendidi nel colore: quelle “50 sfumature di rosso” che il gambero siciliano può regalare. Peccato che siano adagiati su una spuma che ricorda più una panna montata che un’emulsione salina. Il gusto è corretto, piacevole, ma manca la profondità marina che avremmo desiderato.

Polpette di baccalà

Le polpette di baccalà
Ben fatte nella consistenza, morbide ma non mollicce, compatte ma non pesanti. La salsa, però, pur elegante nella presentazione, è insipida. Un vero peccato: avrebbe potuto esaltare il piatto, invece lo lascia a metà strada.

Il cous cous: atteso, cortese, ma non indimenticabile

Lo aspettavamo. Con il nome del locale inciso quasi come una promessa, il cous cous era il piatto che desideravamo di più.

È buono. Sì, buono nel senso più neutro del termine: speziato quanto basta, aromatico, caldo, rassicurante. Ma il mare, che dovrebbe essere il protagonista, qui si fa timido. Due scampi, nulla di più. Un piatto che non sbaglia, ma nemmeno osa. Rimane sospeso, elegante ma trattenuto.

I secondi: un quadro timido e un quadro confuso

Seppie ripiene

Seppie ripiene
La presentazione è gradevole, quasi un quadretto minimalista. Ma il sapore è troppo tenue: manca sale, manca energia, manca la forza tipica dei piatti siciliani. Recuperiamo con olio e pepe, ma il piatto rimane un po’ smarrito.

Polpo arrosto
Qui la cucina inciampa. Il sapore è piacevole, la cottura buona. Ma l’impiattamento è un pasticcio visivo, un miscuglio confuso che toglie gioia allo sguardo. Mangiamo senza guardarlo: il che, in gastronomia, è una sconfitta estetica.

Polpo

Il vino: la vera luce della serata

A salvare i dettagli più incerti arriva un magnifico Colomba Bianca Rosé, bollicina piacevolissima, fragrante, elegante. Talmente buona che, arrivati a fine bottiglia e rimasti senza calice, decidiamo di ordinarne una seconda. Prezzo onestissimo. È probabilmente il protagonista involontario della serata.

I dolci e il finale: un ritorno alla Sicilia autentica

Il cannolo è splendido. Finalmente la Sicilia torna, vera, calda, croccante.
La genovese, invece, da dimenticare.
Chiudiamo con un amaro Punico da 9 euro: eccellente, complesso, ben costruito.

Il proprietario, sempre gentilissimo, insiste per mostrarci la sala inferiore: grande, elegante, molto più bella della nostra piccola stanza. Un peccato non averla vista prima. Apprezziamo sinceramente i 15 euro di sconto che portano il conto a 230 euro.

Cannolo siciliano

Il verdetto de “I Cattivi“: ★★★ (tre stelle scarse)

Accoglienza: ★★★
Servizio: ★★
Qualità dei piatti: ★★★
Impiattamento: ★
Ambiente: ★
Vino: ★★★★★
Dolci: ★★★
Rapporto qualità/prezzo: ★★

Considerazioni finali: una Sicilia gentile ma non pienamente compiuta

Genovese

La simpatia, la cortesia, la genuinità del proprietario sono valori veri.
La cucina alterna buoni intenti a esecuzioni imprecise; a volte mostra talento, altre volte si perde in decorazioni eccessive, oppure nella timidezza dei sapori. Il locale ha un potenziale significativo, soprattutto nella sala inferiore che il proprietario ci tiene a mostrarci, molto più coerente con i prezzi proposti.

Se la cucina si alleggerisse delle esuberanze visive e si concentrasse sulla sostanza, sul gusto pieno, sulla ricchezza marina che la Sicilia merita, Cous cous Ristorante Milano potrebbe diventare un riferimento. Per ora è una promessa gentile, un percorso in divenire, un locale in cui il calore umano supera la qualità della proposta gastronomica.

Tre stelle scarse, con la speranza – sincera – di tornare e trovarne quattro.

Il calice: il Rosé 595 di Colomba Bianca

Un metodo classico brut rosé fine, persistente e di rara eleganza, ottenuto da Nero d’Avola in purezza, capace di raccontare senza esitazioni gli odori e gli aromi delle colline siciliane. Il Rosé 595, tra le cuvée più amate di Colomba Bianca, nasce da una selezione di vigneti naturalmente vocati alla produzione di uve da spumante: vigne luminose, ventilate, che regalano grappoli dalla freschezza impeccabile. Nel calice si presenta nobile e delicato, attraversato da un perlage suadente e setoso, preludio a profumi caldi e sontuosi di frutti rossi, ciliegia croccante, piccoli frutti di bosco e a quei sentori di lievito e brioche che solo il metodo classico sa donare con tanta generosità. Un compagno di tavola ideale, che ha saputo elevare e quasi salvare l’intera cena, guidandoci con grazia verso una chiusura più armoniosa. Per chi desidera approfondirlo, ecco il riferimento diretto alla cuvée:
https://shop.colombabianca.com/25-595

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