Secoli di tensioni
Conflitto Israele Palestina — due parole che evocano secoli di tensioni, guerre, trattative fallite e, soprattutto, lacrime. Il 7 ottobre 2023 è diventato un giorno simbolo: Hamas, con un attacco sanguinoso e coordinato, ha massacrato circa 1.200 israeliani, uomini, donne e bambini, rapendo oltre 250 ostaggi. Un orrore che ha scioccato il mondo e che Israele considera il più grave attacco subito dalla nascita dello Stato.
La reazione israeliana, altrettanto devastante, ha però trascinato la Striscia di Gaza in un abisso senza precedenti. Migliaia di civili palestinesi uccisi, quartieri ridotti in macerie, ospedali al collasso, carestie e sfollamenti di massa. Se da un lato c’è il diritto alla difesa, dall’altro si percepisce lo spettro di una punizione collettiva. E ancora una volta, come troppe volte nella storia, le prime vittime restano gli innocenti.
Le radici storiche del conflitto Israele Palestina
La nascita dello Stato d’Israele e la Nakba
Per capire l’oggi bisogna tornare indietro. Alla fine dell’Ottocento, il movimento sionista spinge per il ritorno degli ebrei in Palestina, allora sotto dominio ottomano. Dopo la Prima guerra mondiale, con il Mandato britannico e la Dichiarazione Balfour del 1917, il progetto prende forma.
Il 1948 è l’anno cruciale: la proclamazione dello Stato d’Israele coincide con la prima guerra arabo-israeliana. Israele resiste e si afferma, ma per i palestinesi quell’anno è la Nakba, la catastrofe: centinaia di migliaia di persone costrette all’esodo, villaggi cancellati dalle mappe, una diaspora che non si sarebbe mai sanata.
Il 1967 e la nuova geografia del conflitto
La Guerra dei Sei Giorni del 1967 cambia tutto. Israele conquista Gaza, Cisgiordania, Gerusalemme Est, il Golan e il Sinai. I palestinesi vedono moltiplicarsi check-point, occupazioni e colonie. La loro vita quotidiana si trasforma in un labirinto di permessi, limitazioni e precarietà.
Oslo, le speranze e i fallimenti
Gli anni Novanta sembrano aprire un varco con gli Accordi di Oslo: nasce l’Autorità Nazionale Palestinese, si parla apertamente di soluzione a due Stati. Ma le speranze vengono tradite. Gli attentati suicidi, l’assassinio di Rabin, la seconda Intifada, l’espansione degli insediamenti e la divisione interna palestinese congelano il processo di pace.
Hamas prende forza, rifiuta Oslo e nel 2007 conquista Gaza, mentre la Cisgiordania resta sotto l’ANP. Due anime divise dello stesso popolo, incapaci di parlare con una sola voce.
7 ottobre 2023: l’attacco che ha scioccato il mondo
All’alba, centinaia di miliziani di Hamas oltrepassano i confini, penetrano nei kibbutz, nelle case, nelle strade del sud di Israele. Uccidono senza distinzione, rapiscono intere famiglie, devastano una festa musicale. Alla fine di quella giornata, il bilancio è mostruoso: circa 1.200 morti e oltre 250 ostaggi trascinati a Gaza.
È la giornata più buia per il popolo ebraico dalla Shoah. Le immagini di bambini nelle mani dei miliziani, di case incendiate, di famiglie sterminate hanno fatto il giro del mondo. Il terrore, in quel momento, non ha confini politici: è puro, crudo, disumano.
La risposta di Israele e il massacro di Gaza

Un’offensiva senza precedenti
Israele risponde con quella che definisce una “forza senza precedenti”. Bombardamenti incessanti, assedio totale, ingresso delle truppe di terra. L’obiettivo dichiarato: annientare Hamas e liberare gli ostaggi.
Ma la realtà sul terreno racconta un’altra storia: interi quartieri ridotti in polvere, migliaia di civili uccisi, bambini estratti dalle macerie, ospedali bombardati o svuotati di medicinali. Gaza diventa un inferno a cielo aperto.
Il tributo dei civili
A Gaza si muore di bombe, ma anche di fame e malattie. Milioni di sfollati si accalcano in spazi ristretti, senza acqua, senza elettricità, senza assistenza. La sproporzione della risposta israeliana diventa evidente: il diritto alla difesa si è trasformato, agli occhi di molti, in punizione collettiva.
Eppure, dall’altra parte, Israele resta ostaggio del trauma del 7 ottobre. Il governo afferma di non poter fermarsi finché Hamas non sarà eliminato. Ma a quale prezzo? E chi pagherà davvero il conto?
Gli ostaggi e il dolore sospeso
Gli ostaggi israeliani restano una ferita aperta. Ogni giorno che passa è un tempo rubato alle famiglie, che oscillano tra speranza e disperazione. Hamas li usa come scudi umani e come leva politica, Israele come motivo per giustificare l’offensiva.
Ma dietro alle statistiche ci sono volti, nomi, bambini che piangono la notte senza i genitori, madri che implorano di rivedere i figli, anziani che non sopravvivranno a lungo nelle prigioni sotterranee. Ogni giorno di guerra rende più fragile il filo sottile che li tiene in vita.
Il ruolo del mondo e l’isolamento delle diplomazie
Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha chiesto più volte un cessate il fuoco, ma i veti delle grandi potenze hanno bloccato ogni tentativo. Gli Stati Uniti continuano a sostenere Israele, l’Europa appare divisa, il mondo arabo alterna condanne e silenzi.
Nel frattempo, la società civile cerca di colmare i vuoti: navi cariche di aiuti partono dal Mediterraneo, manifestazioni pacifiche si moltiplicano nelle città del mondo. Ma l’impressione è che i leader politici restino ciechi e sordi di fronte alla sofferenza quotidiana.
Vittime di Hamas, vittime di Israele
Ecco la verità più dura: i palestinesi sono vittime di Hamas, così come gli israeliani sono vittime delle scelte del loro governo. Hamas ha tradito la sua stessa gente, usandola come scudo, condannandola alla miseria. Israele, con la sua risposta sproporzionata, ha trasformato il diritto alla difesa in un’arma che colpisce soprattutto innocenti.
Due popoli, due traumi, due dolori che si specchiano. E nel mezzo, le vite cancellate: i bambini che non cresceranno, le madri che non partoriranno in sicurezza, gli anziani che moriranno in silenzio.
Una sociologia della guerra: quando gli innocenti diventano numeri
La guerra non è fatta solo di missili e soldati. È fatta di linguaggi, di narrazioni, di immagini. Dire “terrorismo” per il 7 ottobre è un dovere. Dire “massacro” per Gaza è un atto di onestà. Ma quando gli innocenti vengono ridotti a “danni collaterali”, allora la politica ha fallito.
Le bolle informative amplificano il conflitto: chi vede solo i video del 7 ottobre fatica a empatizzare con Gaza; chi vede solo le macerie di Gaza fatica a ricordare gli ostaggi e le vittime israeliane. Spezzare queste bolle è la sfida più grande: senza empatia reciproca non c’è futuro.
Un equilibrio fragile e l’appello alla pace
Le urgenze immediate
- Fermare il fuoco.
- Garantire corridoi umanitari veri, non nominali.
- Liberare gli ostaggi.
- Proteggere i civili su entrambi i fronti.
Le prospettive future
Solo una politica coraggiosa può riportare la speranza: una governance palestinese unificata, la sicurezza garantita per Israele, una pace costruita non sulla forza ma sul compromesso. L’orizzonte dei due Stati resta lontano, ma senza un percorso concreto, il conflitto continuerà a divampare.
Piazze, indignazione e responsabilità civica

Le piazze del mondo hanno un ruolo fondamentale: possono e devono gridare l’indignazione per le migliaia di vittime civili. Ma devono farlo senza odio. Perché l’odio non si combatte con altro odio.
Il rischio è che la rabbia si trasformi in cieca vendetta, alimentando esattamente la logica che Hamas vuole e che Israele teme. La protesta deve essere ferma, pacifica, lucida. La voce della società civile è l’ultima speranza di rompere il muro dell’indifferenza.
Mai più
Il 7 ottobre e il massacro di Gaza sono due facce di una stessa tragedia. Un popolo colpito dal terrorismo, un altro schiacciato dalla guerra. Due dolori che gridano insieme, ma che la politica continua a ignorare.
L’auspicio è che la diplomazia torni al centro, che la pace non sia solo un sogno ma una scelta. Che le madri israeliane e palestinesi possano piangere insieme, non l’una contro l’altra.
Perché gli innocenti non sono pedine su una scacchiera: sono la ragione per cui la politica dovrebbe esistere.
E che questo grido d’indignazione diventi costruzione, non distruzione. Perché l’odio non si combatte con l’odio.
L’Italia e l’ONU: un voto per la soluzione dei due Stati
C’è un segnale di speranza, piccolo ma importante, che arriva dal palcoscenico internazionale. Alle Nazioni Unite, l’Italia ha votato a favore della risoluzione che sostiene con forza la costituzione di due Stati, come unica via credibile per una pace giusta e duratura. Un gesto che non risolve le macerie di oggi, ma che indica un orizzonte politico possibile, condiviso da larga parte della comunità internazionale. Per chi desidera approfondire le votazioni e la posizione del nostro Paese, il riferimento ufficiale è disponibile sul sito del Ministero degli Esteri.
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