L’Agorà Assago: tra carciofi, illusioni e un amaro… microscopico

Lunedì sera, primavera e una seconda occasione

Lunedì sera, aria tiepida di primavera, quella che ti illude che la settimana possa iniziare con una nota quasi romantica. In realtà siamo semplicemente di ritorno dal lavoro, stanchi ma con quella fame che non è solo fisiologica: è voglia di fermarsi, sedersi, e concedersi un momento che abbia almeno il sapore della pausa.

Molti locali sono chiusi. Milano e dintorni, quando arriva il lunedì, si prendono una pausa quasi collettiva. Ma noi no. Noi persistiamo. E così decidiamo di fermarci all’Agorà di Assago.

Ci eravamo già stati. Nella memoria, qualche buon piatto. Il servizio? Diciamo… migliorabile. Ma si sa, il tempo cambia le cose. E noi, con una certa fiducia (o forse ostinazione), decidiamo di riprovarci.

Accoglienza: tra formalità e leggerezza

All’ingresso la domanda è quella rituale:

“Avete prenotato?”

No.

Segue un attimo sospeso, poi ci fanno accomodare. La sala è una fotografia interessante: metà piena, metà vuota. Un equilibrio che potrebbe far pensare a una gestione rilassata del servizio: non sarà così.

Il menù non è più cartaceo. Tecnologia, QR code, modernità. I piatti scorrono sullo schermo con un certo fascino e… sorpresa: è in corso la sagra del carciofo.

Un segnale positivo. Tematico. Stagionale. Promettente.

Ci guardiamo e capiamo subito: carciofi sia.

Antipasto: cozze dello chef, tra nostalgia e realtà

Cozze dello chef

Partiamo con un piatto che ricordavamo bene: le cozze dello chef.

Nella memoria erano un piccolo capolavoro: in bianco, ben condite, con quel sughetto irresistibile e una generosa presenza di pan grattato capace di trasformare ogni cucchiaiata in un rito quasi religioso. Uno di quei piatti che chiedono il pane senza vergogna.

Arrivano.

L’impatto visivo è importante: il piatto è abbondante, le cozze numerose, il profumo promettente.

Poi però l’occhio si ferma su un dettaglio meno poetico: i gusci presentano vistose incrostazioni bianche. Nulla di drammatico dal punto di vista sanitario, sia chiaro, ma esteticamente non è il massimo. E si sa, anche l’occhio vuole la sua parte.

Cozze con gusci incrostati

Il sughetto c’è, ed è buono. Forse leggermente troppo salato, ma comunque piacevole.

Il problema è un altro.

Il pan grattato è completamente assente.

Sparito. Evaporato. Un ricordo.

E senza quello, il piatto perde una dimensione. Diventa più semplice, meno coinvolgente. Manca quella consistenza, quel contrasto, quel piccolo dettaglio che faceva la differenza.

E allora viene da pensare: almeno due crostini… ci sarebbero stati bene.

Secondo piatto: polpo alla brace e il lato oscuro della griglia

Polpo alla brace con carciofi

Proseguiamo con il polpo alla brace su letto di carciofi.

Il piatto, sulla carta, è perfetto. Mare e terra. Tradizione e stagionalità. Una promessa elegante.

Arriva.

La porzione è… contenuta. Diciamo che per un secondo piatto ci si aspetterebbe qualcosa di più generoso. Ma non è questo il punto principale.

Il polpo, alla prova del morso, è tecnicamente ben cotto. Morbido, tenero, quasi perfetto nella consistenza.

Eppure…

La brace ha lasciato un’impronta troppo marcata. Un retrogusto amaro persistente, quasi invadente, che si attacca al palato e non lo lascia più.

Nemmeno il Ferrari che accompagna il pasto riesce a ripulire la bocca.

Ed è un peccato. Perché la base c’era. Bastava poco. Un attimo in meno sulla griglia, una gestione più delicata della brace… e il risultato sarebbe stato completamente diverso.

I carciofi, invece, sono impeccabili. Ben cotti, saporiti, equilibrati.

Un contorno che salva parzialmente il piatto, ma non abbastanza da riscattarlo.

Bombette, zola e… carciofi fantasma

Bombette pugliesi con zola e carciofi assenti

Terza portata: bombette con zola e carciofi su letto di friarielli.

Il nome è accattivante. Ricco. Promette gusto e sostanza.

Arrivano due spiedini.

Già alla vista si intuisce qualcosa: le bombette appaiono leggermente secche.

Al morso la sensazione viene confermata, ma con una piccola attenuazione: lo zola, presente ma non protagonista, riesce a dare un minimo di morbidezza.

E i carciofi?

Nessuna traccia.

Forse evocati. Forse suggeriti. Sicuramente non pervenuti.

I friarielli, invece, sono buoni. Ben eseguiti, saporiti, coerenti.

Il risultato complessivo è un piatto che non ha difetti clamorosi… ma nemmeno guizzi.

Un piatto corretto. E basta.

Servizio: velocità senza identità

Il servizio è una presenza costante. I camerieri ci sono. Sono tanti. Si muovono velocemente.

Eppure manca qualcosa.

Non c’è un riferimento. Non c’è un volto che accompagna la serata.

Ogni richiesta viene raccolta da una persona diversa. Ogni piatto arriva con una mano diversa. Ogni interazione è scollegata dalla precedente.

Il risultato?

Ti senti più in un porto di mare che in un ristorante.

Non sei seguito. Non sei accompagnato. Non sei “coccolato”.

E questo, in un contesto che vorrebbe essere accogliente, pesa.

Il momento dolce: tiramisù, finalmente una carezza

Tiramisù

Arriva il dolce.

Tiramisù della casa.

E qui, finalmente, qualcosa cambia.

L’impatto visivo è molto bello: una generosa spolverata di cacao amaro, abbondante, quasi scenografica.

La crema è ben bilanciata. Dolce al punto giusto, morbida, avvolgente.

Il caffè? Un po’ timido. Si percepisce, ma non è protagonista.

Il vero elemento divisivo è la base.

Niente savoiardi. Solo pan di Spagna.

Una scelta legittima, ma che cambia completamente la struttura del dolce. Manca quella croccantezza, quella resistenza al cucchiaio che rende il tiramisù un’esperienza stratificata.

Eppure…

Nel complesso, è il miglior piatto della serata.

Il gran finale: l’amaro più breve della storia

Amaro minuscolo della casa

Arriviamo al momento conclusivo.

Chiediamo un Jefferson.

Domanda: “Con ghiaccio o senza?”

Risposta: con ghiaccio.

Poi però arriva un colpo di scena.

Un altro cameriere interviene: il Jefferson è finito. Propone un’alternativa: amaro del capo.

Accettiamo.

Arriva.

In un bicchierino.

Anzi, no.

In un bicchierino minuscolo, con fondo alto per ingannare visivamente!

Talmente piccolo che, per gioco (ma neanche troppo), decidiamo di travasarlo nel bicchiere del vino.

Risultato?

Circa 10 ml.

Una quantità simbolica. Più un’idea di amaro che un amaro vero e proprio.

Ci guardiamo.

Forse è offerto?

Sarebbe stato un gesto simpatico. Quasi poetico.

E invece no.

4 euro.

Per un sorso.

E qui scatta il sorriso.

Perché sì, alla fine usciamo sorridendo.

Non dobbiamo guidare, ma se lo facessimo…

Supereremmo indenni qualsiasi alcol test.

Il verdetto de: “I Cattivi”

Verdetto de i cattivi

Accoglienza: ★★★
Corretta ma impersonale. Sala gestita senza rigidità ma senza calore.

Servizio: ★★
Veloce ma dispersivo. Troppi camerieri, nessun riferimento.

Cucina: ★★
Buone intenzioni, esecuzione altalenante. Cozze discrete ma incomplete, polpo penalizzato dalla brace, bombette dimenticabili. Tiramisù promosso.

Atmosfera: ★★
Ambiente vivo ma caotico. Più transito che esperienza.

Considerazioni finali: tra nostalgia e realtà

L’Agorà di Assago è un luogo che sembra avere tutte le carte in regola: spazio, proposta ampia, idee interessanti come la sagra del carciofo.

Ma qualcosa si perde per strada.

Nei dettagli.

Nella cura.

Nella coerenza tra promessa e risultato.

Ci sono piatti che funzionano, altri che potrebbero funzionare, altri ancora che restano a metà.

E poi c’è quel finale.

Quell’amaro.

Che, nel suo essere quasi inesistente, diventa paradossalmente il ricordo più vivido della serata.

Un invito (ironico) a provarlo comunque

E allora sì, ve lo diciamo.

Andateci.

Davvero.

Magari troverete le cozze con il pan grattato. Magari il polpo senza quell’amaro insistente. Magari un cameriere che vi segue dall’inizio alla fine.

E chissà…

Magari l’amaro sarà più lungo.

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Perché alla fine, tra una forchettata e una risata, anche le serate così hanno il loro perché.

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